Quello della sicurezza sul lavoro è un tema assai discusso. Secondo le stime, tra gennaio e maggio 2019 sono state registrate ben 269.431 denunce di infortuni sul lavoro, in crescita dello 0,04% rispetto alle 269.332 presentate all’Inail nei primi cinque mesi dell’anno scorso

In una recente pronuncia, la Sezione Lavoro della Cassazione (sentenza n. 24629/2019) ha affermato che gli obblighi di sicurezza sul lavoro (…) si atteggiano in maniera particolarmente intensa nei confronti dei lavoratori di giovane età e degli apprendisti professionalmente inesperti.

La vicenda

Una impresa edile propose appello contro la sentenza del Tribunale di Salerno che aveva accolto la domanda di regresso esercitata dall’Inail nei suoi confronti, per l’importo di Euro 41.261,24 in relazione alle prestazioni erogate ad un proprio dipendente infortunatosi sul lavoro.

La Corte d’appello di Salerno respinse l’impugnazione dopo aver rilevato che l’azione di regresso poteva essere proposta dall’Inail anche in mancanza di accertamento del reato in sede penale e che, comunque, la datrice di lavoro si era resa responsabile dell’infortunio per omessa sorveglianza.

Il ricorso per Cassazione

I giudici della Sezione Lavoro hanno confermato la decisione impugnata ribadendo che non vi è alcuna necessità di un previo accertamento in sede penale del fatto costituente reato, ai fini della possibilità per l’istituto assicuratore di esperire l’azione di regresso, tanto che costituisce oramai principio consolidato quello dell’autonomia del giudizio di regresso rispetto a quello condotto in sede penale.

Sul punto è stato di recente affermato che “In base all’art. 295 c.p.c., il giudizio instaurato dall’INAIL nei confronti del datore di lavoro, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 11, per ottenere il rimborso di quanto corrisposto al lavoratore per effetto di infortunio non è soggetto a sospensione necessaria in attesa dell’esito del procedimento penale a carico del datore di lavoro per i medesimi fatti, giacché, in applicazione dell’art. 654 c.p.p., l’efficacia della emananda sentenza penale di condanna o di assoluzione non potrà fare stato nei confronti dell’INAIL, che non è parte nel giudizio penale e che non era legittimato a costituirsi, trattandosi non della proposizione di un’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno da reato, ma dell’azione di regresso, diversa da quelle considerate dall’art. 74 c.p.p.” (Cass. sez. lav. n. 27102 del 25.10.2018).

Quanto al merito, la Corte territoriale aveva posto bene in evidenza che l’infortunato, il quale lavorava come giovane apprendista, era caduto dal secondo piano mentre passava da un balcone all’altro dell’edificio oggetto di intervento, servendosi di tavole di legno da lui stesso approntate; il suo compito era quello di preparare l’intonaco.

La Corte d’appello aveva avuto modo di accertare che quella parte dello stabile era sprovvista di impalcatura e che l’apprendista non era dotato di cinture di sicurezza, inoltre egli era stato lasciato solo a svolgere il suo lavoro, senza essere affiancato da un operaio esperto, per cui era evidente una responsabilità della datrice di lavoro per omessa sorveglianza.

Il datore di lavoro è sempre responsabile

Ebbene la Cassazione ha ricordato che “le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere (Cass. Sez. Lav. n. 4656 del 25.2.2011, n. 19494 del 10.9.2009, n. 9689 del 23.4.2009, n. 4980 dell’8.3.2006, n. 5920 del 24.3.2004)

Scurezza sul lavoro e apprendisti

Tra l’altro, proprio con riferimento alla circostanza per la quale l’infortunato era un giovane apprendista carpentiere che necessitava, in quanto tale, di essere affiancato da un operaio esperto, la giurisprudenza ha già avuto occasione di affermare (Cass. sez. lav. n. 11622 del 18.5.2007) che “il dovere di sicurezza a carico del datore di lavoro a norma dell’art. 2087 c.c., (…) si atteggia in maniera particolarmente intensa nei confronti dei lavoratori di giovane età e professionalmente inesperti, esaltandosi in presenza di apprendisti nei cui confronti la legge pone precisi obblighi di formazione e addestramento, tra i quali primeggia l’educazione alla sicurezza del lavoro (L. n. 25 del 1955, art. 11).

Conseguentemente, l’accertato rispetto delle norme antinfortunistiche di cui al D.P.R. n. 626 del 1994, artt. 47 e 48 e dell’allegato VI a tale decreto, non esonera, il datore di lavoro, dall’onere di provare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi dell’evento, con particolare riguardo all’assetto organizzativo del lavoro, specie quanto ai compiti dell’apprendista, alle istruzioni impartitegli, all’informazione e formazione sui rischi nelle lavorazioni, senza che in contrario possa assumere rilievo l’imprudenza dell’infortunato nell’assumere, come nella specie, un’iniziativa di collaborazione nel cui ambito l’infortunio si sia verificato” (Cass. Sez. 3, n. 944 del 24.1.2012).

L’esclusione dell’ipotesi di rischio elettivo

È stata, infine, esclusa l’ipotesi di rischio elettivo del lavoratore. La Cassazione ha ribadito che “in tema di infortuni sul lavoro e di cd. rischio elettivo, posto che la “ratio” di ogni normativa antinfortunistica è quella di prevenire le condizioni di rischio insite negli ambienti di lavoro e nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori, destinatari della tutela, la responsabilità esclusiva del lavoratore sussiste soltanto ove questi abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, cosi da porsi come causa esclusiva dell’evento e creare condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere. In assenza di tale contegno, l’eventuale coefficiente colposo del lavoratore nel determinare l’evento è irrilevante sia sotto il profilo causale che sotto quello dell’entità del risarcimento dovuto” (Cass. sez. lav. n. 798 del 13.1.2017;Cass. sez. lav., ord. n. 16026 del 18.6.2018).

Il ricorso è stato perciò, rigettato e confermata la condanna a carico dell’impresa ricorrente.

Avv. Sabrina Caporale

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