In caso di sinistro stradale bisogna valutare l’efficienza causale che ha avuto nella produzione delle lesioni l’omesso uso delle cinture di sicurezza

“L’omesso uso delle cinture di sicurezza – a seconda dell’efficienza causale che ha avuto nella produzione delle lesioni – esclude in toto, ovvero riduce, il diritto al risarcimento in misura corrispondente all’apporto da esso fornito al verificarsi dell’evento dannoso, a condizione che, chi invoca l’omesso uso delle cinture, dia concreta prova di tale circostanza e del fatto che l’uso corretto delle cinture, se adottato, avrebbe con elevata credibilità, razionalmente evitato o ridotto il danno”: in tal senso si è espressa la Corte d’Appello di Reggio Calabria (C. App. Reggio Calabria, sentenza n. 667 del 16 ottobre 2020). La vicenda trae origine da un sinistro stradale tra una Fiat Panda e una Fiat Croma, ove quest’ultima nell’effettuare manovra di retromarcia per uscire da un parcheggio, urtava la fiancata sinistra dell’altro veicolo.

Il conducente della Panda riportava gravi lesioni con postumi permanenti e conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Locri la compagnia d’Assicurazione e il conducente della Croma per il risarcimento dei danni patiti.

Con autonomo ricorso, anche la terza trasportata sulla Fiat Panda chiedeva il risarcimento dei danni per le lesioni fisiche subite.

Le due cause venivano riunite e istruite attraverso l’espletamento di CTU e prove testimoniali.

All’esito, il Tribunale di Locri dichiarava la pari responsabilità nella causazione del sinistro.

La vicenda approda in Appello.

La terza trasportata sulla Panda lamenta l’attribuzione della corresponsabilità del 50% nella causazione del sinistro per omesso utilizzo delle cinture di sicurezza e l’errata quantificazione dei postumi permanenti; il conducente della Fiat Panda lamenta, anch’egli, una errata quantificazione dei postumi permanenti e la errata attribuzione di corresponsabilità nella causazione del sinistro.

La Corte -in merito ai danni lamentati dalla terza trasportata- osserva che l’omesso uso delle cinture di sicurezza – a seconda dell’efficienza causale che ha avuto nella produzione delle lesioni – esclude in toto, ovvero riduce, il diritto al risarcimento in misura corrispondente all’apporto da esso fornito al verificarsi dell’evento dannoso, a condizione che, chi invoca l’omesso uso delle cinture, dia concreta prova di tale circostanza e del fatto che l’uso corretto delle cinture, se adottato, avrebbe, con elevata credibilità, razionalmente evitato o ridotto il danno.

Tuttavia, nel giudizio di primo grado, non è stato dimostrato che la terza trasportata non indossasse le cinture al momento del sinistro, nè che l’omissione di tale cautela abbia causato o concausato le lesioni subite.

Infatti, il testimone oculare dichiarava che nell’atto di soccorrere le persone presenti nella Fiat Panda, la terza trasportata veniva aiutata ad uscire dal veicolo ed aveva la cintura di sicurezza allacciata.

Il CTU, in sede di chiarimenti, precisava: “la Sig.ra terza trasportata non è stata in grado di ricordare se facesse o meno uso delle cinture di sicurezza ma ritengo che, probabilmente, sarebbero state ininfluenti in quanto l’urto è stato laterale”, così escludendone qualunque efficienza causale in relazione alla dinamica del sinistro.

E’ noto -precisa la Corte- che chi subisce danno alla salute da sinistro stradale ha l’onere di provare il fatto storico della circolazione, l’evento di danno, la colpa e il nesso causale che include sia la compatibilità delle lesioni con l’evento, sia la dinamica dell’evento.

Oltretutto, nella ricostruzione del fatto storico, il Giudice può rilevare anche d’ufficio il concorso di colpa del danneggiato.

Invece, in mancanza di elementi di prova sul punto non può essere dedotto che la trasportata non indossasse la cintura di sicurezza al momento dell’incidente.

Conformemente, la Suprema Corte ha ritenuto che “in tema di concorso del fatto colposo del danneggiato nella produzione dell’evento dannoso, a norma dell’art. 1227 c.c. ,  la prova che il danneggiato avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l’ordinaria diligenza deve essere fornita dal danneggiante che pretende di non risarcire, in tutto o in parte, il creditore”.

Bisogna, poi, distinguere l’ipotesi in cui il fatto colposo del danneggiato, o del danneggiante, abbia concorso al verificarsi del danno, dall’altra ipotesi in cui il comportamento dei medesimi ne abbia prodotto soltanto un aggravamento, senza contribuire alla sua produzione.

Nel primo caso, il Giudice deve d’ufficio verificare, sulla base delle prove acquisite, se il danneggiato abbia, oppure no, concorso a determinare il danno.

Una volta che il danneggiato ha offerto la prova del danno e della sua derivazione causale dall’illecito, è il danneggiante a dover dimostrare che il danno sia stato prodotto, pur se in parte, anche dal comportamento del danneggiato, ovvero che il danno sia stato ulteriormente aggravato da quest’ultimo.

In tutto ciò vi è da rammentare – evidenzia il Collegio-, che la mera violazione di una norma in materia di circolazione stradale da parte del danneggiato non è fonte di per sè di responsabilità civile, ove tale violazione non si ponga come elemento causale rispetto all’evento dannoso.

In altri termini, il comportamento irregolare del danneggiato può considerarsi concausa dell’evento dannoso solo quando rispetto a quest’ultimo abbia svolto un ruolo di antecedente causale.

Il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, può dunque essere invocato per ridurre la misura del risarcimento, solo se risulta che quell’uso avrebbe ridotto o eliminato il danno, e tale circostanza non è stata provata nel giudizio di primo grado.

In riforma della sentenza di primo grado, alla passeggera viene riconosciuto il risarcimento integrale del danno fisico subito quantificato nella misura di euro 8.123,27.

Non viene accolto, invece, il motivo d’impugnativa della trasportata inerente l’errata quantificazione dei postumi permanenti.

Il Collegio, da atto che il Tribunale procedeva correttamente alla determinazione degli importi da liquidare applicando le tabelle delle lesioni micropermanenti in quanto il CTU –erroneamente- sommava le diverse percentuali attribuite alle singole componenti menomative, senza fare riferimento alla riduzione globale dell’integrità dei singoli distretti anatomico-funzionali.

Pertanto, nessuna censura rivolge il Collegio a quella parte della sentenza che, in applicazione dei parametri tabellari riportati, determinava equitativamente il grado di invalidità permanente nella percentuale complessiva del 6% per la passeggera e per il conducente della Panda.

La sentenza, portata qui a commento per l’aspetto del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, oltre a risultare impeccabile nel processo motivazionale e giuridico, si segnala anche per l’interessante disamina sul discostamento dalle conclusioni della CTU riguardo la percentuale di danno biologico permanente.

Avv. Emanuela Foligno

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