Indagini in corso per fare luce sul decesso di un neonato estratto morto in una clinica partenopea; ma la struttura respinge le accuse

Sono in corso a Napoli le indagini sulla tragedia che si è consumata in una nota clinica cittadina, dove una ventenne ha perso il bimbo che portava in grembo. La famiglia del neonato, estratto morto con un taglio cesareo, ha depositato una denuncia contro ignoti per omicidio colposo, chiede chiarezza sull’accaduto.

La Procura ha aperto un fascicolo sul caso, disponendo il sequestro della documentazione clinica. In base alle prime ricostruzioni la gestante si sarebbe recata presso la struttura nella tarda mattinata di giovedì 5 novembre, accusando febbre e dolori alla pancia.

La donna, tuttavia, sarebbe stata operata solamente alle 19; un ritardo che, secondo i familiari, sarebbe dipeso dalla scelta della direzione sanitaria di attendere i risultati del tampone per il Covid-19 cui la paziente era stata sottoposta al momento del suo accesso. Il tutto nonostante il ginecologo avesse espresso l’opportunità di portare la giovane in sala parto.

La clinica ha però chiarito che “nessun primario, medico, né tantomeno il direttore sanitario” avrebbe “mai dato nessuna disposizione per fermare o ritardare alcun parto se non urgente”.

“E’ doveroso precisare – ha sottolineato la struttura – che la partoriente è stata sottoposta non solo a tampone per Sars-Cov2 ma all’ingresso in pronto soccorso anche a test sierologico che in circa 10 minuti ha dato un risultato negativo. Tale protocollo è previsto proprio per poter gestire le emergenze in attesa degli esiti del tampone molecolare che richiedono più tempo”.

Con l’esito negativo del test sierologico sulla gestante –  si legge ancora in una nota –  “qualsiasi emergenza poteva essere gestita dai medici curanti, senza alcuna limitazione da parte del Primario o del Direttore Sanitario, non potendo mai immaginare di ritardare una urgenza medica o chirurgica”.

Né il Primario del reparto di Ginecologia né il Direttore Sanitario, quindi, avrebbero impartito ordini ostativi al parto, non essendo peraltro presenti nella struttura al momento in cui si sono svolti i fatti ed essendone stati informati solamente dopo l’evento.

Spetterà dunque ora alla magistratura raccogliere gli elementi per valutare se siano sussistenti o meno elementi di responsabilità sanitaria.

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