Respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento dell’indennizzo INAIL per malattia professionale (tendinopatia cuffia dei rotatori)

Con l’ordinanza n. 39752/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un lavoratore, autista di mezzi articolati, che si era visto respingere, in sede di merito, la domanda proposta nei confronti dell’INAIL al fine di vedersi riconoscere la rendita o l’indennizzo per malattia professionale (tendinopatia cuffia dei rotatori).

La Corte distrettuale, in particolare, aveva escluso la ricorrenza di una malattia c.d. tabellata in quanto la periartrite scapolo-omerale (gruppo di patologie inserite nel d.m. 27.4.2004, tabella poi aggiornata con d.m. 14.1.2008) richiede “lavorazioni, svolte in modo non occasionale, che comportano a carico della spalla movimenti ripetuti, mantenimento prolungato di posture incongrue”, modalità di svolgimento della prestazione di lavoro che non erano emerse nell’ambito della ricognizione probatoria (di fonte testimoniale e documentale); rilevato inoltre che si trattava di patologia a genesi multifattoriale, la Corte territoriale aveva escluso che le vibrazioni a cui il lavoratore era stato sottoposto sia durante la guida sia durante le diverse – seppur effettuate con frequenza ridotta – attività accessorie (apertura/chiusura dei c.d. twist lock per fissare i container sui pianali di carico, ecc.) avessero potuto provocare la patologia lamentata, avendo un organo “bersaglio” diverso (rachide lombare) e presentando (le attività accessorie) una incidenza modesta.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente deduceva che la Corte territoriale, avesse erroneamente escluso la ricorrenza della voce 78, Tabella delle malattie professionali di cui al d.m. 2008, senza aver tenuto conto degli elementi probatori emersi in giudizio (in particolare delle attività accessorie compiute dall’autotrasportatore di mezzi articolati di grandi dimensioni, in specie apertura dei twist-lock) e dell’evoluzione dell’intermodalità logistica interportuale e terminalistica che avrebbe dimostrato l’esposizione del lavoratore al corpo intero e al sistema mano-braccio in misura superiore ai valori limiti consentiti; i testimoni escussi, inoltre, avevano fornito elementi idonei a sorreggere anche una presunzione semplice in ordine alla sussistenza del nesso causale tra attività lavorativa e patologia; il CTU poteva ben giungere al giudizio di ragionevole probabilità anche in base alla semplice compatibilità della malattia non tabellata con la noxa professionale desunta dalla tipologia delle lavorazioni svolte (che comportava vibrazioni e sovraccarico biomeccanico), dalla natura dei macchinari presenti sul luogo di lavoro, dalla durata della prestazione lavorativa (quasi 30 anni), dall’assenza di altri fattori extra-professionali; il NIOSH (National Institute for Occupational Safety and Health) ha concluso che esistono sufficienti motivazioni scientifiche per riconoscere l’associazione fra comparsa di malattie muscolo scheletriche ed esposizione lavorativa a ripetitività, forza, postura scorretta, vibrazioni.

I Giudici del Palazzaccio, tuttavia, hanno ritenuto il ricorso inammissibile.

Nel giudizio in materia d’invalidità – hanno chiarito – il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, è ravvisabile in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un’inammissibile critica del convincimento del giudice, e ciò anche con riguardo alla data di decorrenza della richiesta prestazione. Nel caso in esame, al riguardo, nessuna deviazione da nozioni scientifiche era stata prospettata dal ricorrente e l’accenno alle pubblicazioni del NIOSH (National Institute for Occupational Safety and Health) era del tutto generico (oltre che coerente con le conclusioni del CTU, che non aveva escluso, in via generale, danni all’apparato muscolo scheletrico provocati dalle vibrazioni).

In ordine poi ai criteri di riparto dell’onere probatorio, la Cassazione ha spiegato che nel caso di malattia ad eziologia multifattoriale, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di una concreta e specifica dimostrazione e, se questa può essere data anche in termini di probabilità sulla base delle particolarità della fattispecie (essendo impossibile, nella maggior parte dei casi, ottenere la certezza dell’eziologia), è necessario pur sempre che si tratti di “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi (come ad esempio i dati epidemiologici), idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale.

La Corte territoriale, esclusa la ricorrenza di una patologia tabellata (in assenza di sufficienti elementi probatori che dimostrassero la ricorrenza dei requisiti richiesti dal d.m. 27.4.2004, ossia di “lavorazioni, svolte in modo non occasionale, che comportano a carico della spalla movimenti ripetuti, mantenimento prolungato di posture incongrue”), aveva escluso la sussistenza di un nesso di causalità tra attività lavorativa svolta dal ricorrente e patologia sofferta (tendinopatia cuffia dei rotatori), anche valutando specificamente le osservazioni critiche avanzate dal consulente di parte del lavoratore in ordine alle vibrazioni trasmesse sia dall’attività di guida sia da attività accessorie effettuate durante la giornata (in specie, apertura di twist lock).

La redazione giuridica

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