Terremoto: più di 500 gli ospedali a rischio crollo

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Il terremoto che ha colpito l’Italia centrale ha rivelato una situazione tutt’altro che rassicurante sul fronte della sicurezza. Oltre 500 infatti le strutture ospedaliere che non sono a norma in caso di sisma.

Secondo una relazione presentata già nel 2013 dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul Ssn gli ospedali più a rischio sorgono soprattutto lungo l’area del Appennino, che peraltro è quella più esposta al rischio terremoto.
Nella relazione la commissione che all’epoca era presieduta da Ignazio Marino scrive che “per quanto riguarda la situazione degli edifici ospedalieri le strutture che necessitano di una pluralità di interventi, che sarebbero strategiche in base alla loro localizzazione in zone ad alto rischio sismico dato che costituiscono un punto di riferimento per la gestione di eventuali situazioni di emergenza post evento, non sono meno di 500. Sono strutture distribuite soprattutto lungo l’arco appenninico, nella zona dell’Italia centrale ma soprattutto meridionale, in particolare in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia”.

Alla data della relazione solo l’8% degli edifici censiti risulta costruito dopo il 1983, anno in cui fu adottata la normativa antisismica per la costruzione di edifici. Il 16% delle strutture è precedente addirittura al 1934.
Ancora prima del 2013, nel giugno 2009, fu l’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso a dare l’allarme sul rischio crolli, in seguito alla distruzione dell’ospedale San Salvatore a L’Aquila, crollato per il terremoto dell’aprile precedente. In una relazione al Senato disse esplicitamente che le strutture sanitarie a rischio sismico erano almeno 500 precisando che le stesse strutture “considerate punto di riferimento in caso di emergenza e che avrebbero bisogno di interventi di messa in sicurezza perché si trovano in zone a rischio sismico, idrogeologico o vulcanico”.

02-mappa rischio sismico.EPSL’ex capo della Protezione Civile sottolineava già allora che la riqualificazione secondo le norme tecniche antisismiche procedeva in maniera “lenta e parziale nelle regioni a maggior rischio sismico”. Tuttavia nonostante il terremoto de L’Aquila avesse scosso parecchio gli animi la notizia dei 500 a rischio crollo ospedali passò quasi sotto silenzio. Nessun piano straordinario dunque per una situazione che si presentava medesima quattro anni dopo e che riconfermava lo stesso dato. Nella relazione finale della commissione Marino si legge infatti che se “si verificasse un terremoto particolarmente violento con magnitudo superiore a 6,2-6,3, il 75 per cento degli edifici che sono stati verificati crollerebbe”. Il sisma del Centro Italia però è stato inferiore a questo numero. Il terremoto che ha spazzato via l’ospedale di Amatrice non ha fatto altro che confermare il dato denunciato da Bertolaso e Marino. Da allora troppo poco è stato fatto.

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