È ancora recente la sentenza della Corte di Cassazione che ha ribadito il principio secondo il quale in materia di videosorveglianza sul lavoro, l’installazione di telecamere è consentita purché vi sia la preventiva autorizzazione dall’Ispettorato dal Lavoro o un apposito accordo con i sindacati

L’Interpello al Ministero del Lavoro

Ebbene, il Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro ha proposto istanza di interpello per conoscere il parere dell’Amministrazione in merito alla configurabilità della fattispecie del silenzio-assenso con riferimento alla richiesta di autorizzazione all’installazione ed utilizzo degli impianti di videosorveglianza audiovisivi e degli altri strumenti di cui all’attuale articolo 4, comma 1, della legge 20 maggio 1970, n. 300.
E ciò in considerazione del fatto che ai sensi della legge n. 241/1990 il silenzio dell’amministrazione competente, equivale ad accoglimento della domanda.
Più in particolare, è stato chiede se il silenzio dell’organo amministrativo adito, in relazione all’istanza di autorizzazione, possa essere considerato un assenso tacito all’istanza medesima, in virtù del quale l’impresa possa procedere all’installazione degli impianti richiesti.
Come noto, per espressa previsione del secondo comma dell’articolo 4 della citata legge n. 300 del 1970, sono esclusi dall’ambito applicativo del primo comma del medesimo articolo gli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze.
Il terzo comma stabilisce, invece, l’utilizzabilità delle informazioni raccolte per tutti i fini connessi al rapporto di lavoro, a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto delle previsioni del decreto legislativo n. 196 del 2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali). Le disposizioni contenute nell’articolo 4 sono volte a contemperare le esigenze datoriali con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore sul luogo di lavoro.

I chiarimenti del Ministero del Lavoro

«Più in particolare, – chiarisce il Ministero del Lavoro – si vuole evitare che l’attività lavorativa risulti impropriamente e ingiustificatamente caratterizzata da un controllo continuo e anelastico, tale da eliminare ogni profilo di autonomia e riservatezza nello svolgimento della prestazione di lavoro».
La norma infatti, rimette all’accordo privato tra la parte datoriale e le rappresentanze sindacali la possibilità di utilizzare siffatti impianti di videosorveglianza o, in generale, di tutti quei strumenti che consentano anche il controllo dell’attività dei lavoratori. In mancanza di accordo, l’installazione è subordinata all’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.
In passato, lo stesso Ministero del Lavoro, con la nota del 16 aprile 2012 (prot. n. 7162) aveva fornito istruzioni operative in relazione al rilascio delle autorizzazioni previste dall’articolo 4 della legge n. 300 del 1970, individuando quali presupposti legittimanti la richiesta di installazione di impianti di controllo, l’effettiva sussistenza delle esigenze organizzative e produttive, senza dimenticare il necessario rispetto del Codice per la privacy.
Nei successivi provvedimenti, il Garante della Privacy, ha espressamente escluso l’applicazione del principio del silenzio-assenso in questo caso specifico.
E con nota del 18 giugno 2018 (prot. n. 302), l’Ispettorato nazionale del lavoro ha altresì, ribadito alle proprie strutture territoriali la necessità della stretta connessione teleologica che deve intercorrere tra la richiesta di installazione e l’esigenza manifestata.
In definitiva, «la formulazione dell’articolo 4, primo comma, della legge n. 300 del 1970 – fa sapere il Ministero del Lavoro – non consente la possibilità di installazione ed utilizzo degli impianti di controllo in assenza di un atto espresso di autorizzazione, sia esso di carattere negoziale (l’accordo sindacale) o amministrativo (il provvedimento), in altre parole, occorre l’emanazione di un provvedimento espresso di accoglimento ovvero di rigetto della relativa istanza».

La redazione giuridica

 
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