Troppo lavoro può uccidere. E’ il caso di un lavoratore morto di infarto provocato da superlavoro. L’8 maggio 2014, con la sentenza n.9945, la Cassazione ha confermato la piena risarcibilità del danno da superlavoro. Per il Giudice, “la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi dell’integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello”. È, quindi, compito del datore di lavoro preoccuparsi dello stato psicofisico dei propri dipendenti. Deboli sono apparse le motivazioni della difesa. Durante il processo, infatti, l’azienda tentò di giustificarsi affermando che la super attività era dovuta allo stacanovismo e alla dedizione al lavoro della vittima, quindi, frutto di una scelta personale.
Tutto merito della moglie
La moglie della vittima aveva chiesto al Tribunale di Roma un risarcimento all’azienda per la morte del marito. La donna, infatti, ha portato avanti la tesi che il congiunto fosse morto per “troppo lavoro”: “svolgeva mansioni di quadro, si era trovato ad operare, negli ultimi mesi del suo rapporto di lavoro, in condizioni di straordinario aggravio fisico. Infatti la sua attività lavorativa si era intensificata fino a raggiungere ritmi insostenibili; l’impegno lavorativo era stato continuativo (in media circa undici ore giornaliere) e aveva altresì comportato il protrarsi dell’attività a casa e fino a tarda sera; gli erano stati affidati direttamente svariati e complessi progetti, senza potersi avvalere di collaboratori”.
Quanto costa alle aziende lo stress?
Come abbiamo visto, lo stress lavoro correlato non va sottovalutato, come non vanno sottovalutati gli altri squilibri fisici. Se diamo uno sguardo agli studi di settore, si nota che a soffrire di stress da lavoro è il 25% dei lavoratori. Dati che non solo mettono in guardia i dipendenti ma anche le aziende. Infatti, secondo le indagini del Laboratorio Fiaso, riportate da Il Sole 24 ore, combattere questo fenomeno può far recuperare nelle tasche delle aziende ben 3 miliardi di euro.




