Per i periti una diagnosi corretta e fatta per tempo avrebbe dato alla bambina il 50 per cento di possibilità di guarigione
Una grave leggerezza che portò alla cecità una bimba di appena un anno a causa di una malattia alla retina non diagnosticata in tempo. Questo il motivo per cui la Corte d’Appello di Palermo ha condannato l’Azienda Civico del capoluogo siciliano e l’oculista che vi operava all’epoca dei fatti, risalenti a 16 anni fa, al pagamento di un risarcimento che sfiora i due milioni di euro (1.967.118,50 per l’esattezza) a favore dell’ormai adolescente e della famiglia. L’importo è addirittura maggiore della liquidazione che aveva stabilito il Tribunale in primo grado, pari a 1 milione e 600mila euro.
La vicenda risale al 2000. La bimba nata prematura, alla 31esima settimana, non viene sottoposta ai necessari controlli. Quando a quattro mesi viene data in affidamento agli attuali genitori dal tribunale dei minorenni, la malattia non le è stata ancora diagnosticata. Dopo pochi mesi non vede più.
Secondo i consulenti nominati dal giudice una diagnosi corretta, fatta per tempo, avrebbe dato alla bambina anche il 50 per cento di probabilità di guarigione. “Si trattava – scrivono i giudici – di un piccolo paziente da inquadrare nella categoria a medio rischio e dunque da sottoporre al primo screening non prima della quarta settimana di vita. Nella fattispecie, i neonatologi, correttamente, si dimostrarono ben consapevoli del rischio di retinopatia del prematuro, prevedendo il dovuto e necessario screening oculistico”. In questo caso la prima visita viene effettuata a 16 giorni dalla nascita, “probabilmente troppo presto perché si potesse effettivamente fare una diagnosi di retinopatia”.
Una seconda visita viene prevista 14 giorni dopo. “All’esito dei predetti controlli – si legge nella sentenza – l’aspetto del fondo oculare fu semplicemente descritto come ‘normale’, senza alcuna descrizione”. Ma secondo i periti il fondo oculare inevitabilmente “avrebbe dovuto mostrare quanto meno i segni fisiologici della immaturità retinica”. Anche il secondo controllo, pertanto viene definito dal giudice ‘superficiale’.
Il Tribunale imputa all’oculista “il fatto che con l’esito impropriamente rassicurante del duplice controllo oculistico ha privato la piccola di un adeguato monitoraggio che ha fatto sì che potesse sviluppare la malattia lontana da ogni osservazione clinico-strumentale, impedendo quindi che venissero adottate le consequenziali condotte”.
Il medico ha subito anche un processo penale: in primo grado è stato assolto, in appello la corte ha riconosciuto invece la sua responsabilità, ma la prescrizione gli ha evitato la condanna. Assieme all’oculista è stata condannata, in sede civile, anche l’Azienda di Rilievo Nazionale ad Alta Specializzazione Civico Di Cristina, dove la piccola era in cura. Era già stata esclusa, invece, in sede penale e civile, la responsabilità dell’equipe di neonatologia, che inviò correttamente la piccola all’oculista.
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