Chiedevano soldi per saltare le liste d’attesa in ospedale: arrestati due medici

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Le indagini hanno permesso di scoprire un articolato “sistema concussivo” che sfruttava, all’apparenza, il regime di intramoenia: i pazienti, per saltare le liste d’attesa, erano costretti ” a versare un cospicuo corrispettivo in denaro che veniva trattenuto senza versamenti”

Mentre ancora non si è assopita l’eco della polemica scatenata da Enrico Rossi sull’utilità della libera professione Intramoenia, un nuovo scandalo investe la sanità e riapre le tensioni tra detrattori e sostenitori di questa pratica: a Salerno, Avellino e Pisa sono state eseguite negli scorsi giorni, delle misure cautelai personali ai danni di 4 indagati (3 agli arresti domiciliari e 1 sospensione dall’esercizio di pubblico servizio), ritenuti responsabili dei reati di concussione (3 persone), omessa denuncia e abuso di ufficio (1 persona).

Le indagini sarebbero scattate dopo che  elementi informativi acquisiti indicavano “come prassi diffusa nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno il fatto che alcuni medici effettuassero interventi chirurgici in apparente regime di intramoenia, ricorrendo però solo formalmente alla normale procedura di prenotazione e pianificazione dell’intervento chirurgico, modificando invece le liste di attesa per gli interventi e costringendo i pazienti a versare loro un cospicuo corrispettivo in denaro, che veniva trattenuto senza versamenti nelle casse dell’Azienda Ospedaliera”.

La Procura di Salerno ha precisato che le indagini, iniziate ormai nell’aprile del 2015 avrebbero permesso di scoprire un “sistema concussivo” posto in essere da personale sanitario del locale reparto di neurochirurgia e del “Fukushima Brain Institute”, clinica privata di San Rossore (PI). “Nel corso delle indagini è stato infatti accertato che il primario di neurochirurgia del citato ospedale di Salerno utilizzava il reparto da lui diretto per eseguire interventi chirurgici dissimulati come prestazioni intramoenia, utilizzando l’ospedale come clinica privata, regolando le prestazioni sanitarie in favore dei pazienti al di fuori delle regolari liste d’attesa e percependo indebiti compensi non dichiarati, spesso oggetto di contrattazione con lo stesso paziente (in alcuni casi, a malati meno abbienti veniva praticato uno “sconto” rispetto alla richiesta iniziale)”.

Oggetto dell’indagine, figurerebbero una serie di prestazioni somministrate a pazienti in condizioni molto gravi (spesso con breve aspettativa di vita) che sarebbero stati messi di fronte alla possibilità di evitare lo scorrimento delle liste di attesa previo pagamento. Secondo la Procura, il sistema concussivo faceva riferimento al dott. Luciano Brigante (50enne, di Avellino), e primario del reparto di neurochirurgia dell’ospedale civile “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno. “Questi, in diverse occasioni, approfittando delle gravi condizioni di salute dei pazienti (tra le patologie principali, neurinoma dell’acustico, metastasi cerebrale, problemi spinali, meningioma, neoplasia cerebrale), prospettava ai malati che riceveva per un consulto ovvero a quelli già in cura la necessità di effettuare con urgenza delicati interventi chirurgici, per evitare pericolosi aggravamenti delle patologie. Una volta ottenuto il consenso alla prestazione sanitaria, il primario rappresentava la possibilità di eseguire l’operazione presso il dipartimento da lui diretto, rassicurando che avrebbe curato di persona l’operazione e garantendo il superamento delle regolari liste d’attesa del CUP, costringendo il malato o i suoi familiari a versare preventivamente un corrispettivo in danaro, stabilito volta per volta a seconda della complessità dell’intervento e della gravità della patologia”.

Nei 9 casi documentati, sarebbe stato riscontrato che i costi del ricovero e della degenza erano comunque imputati al servizio sanitario nazionale, e che gli interventi chirurgici venivano effettuati durante le ore di servizio ordinario presso il nosocomio – a differenza di quanto disposto dalla legge – e che il corrispettivo in denaro era interamente trattenuto dai medici risultati indagati e non dichiarato. “Solo in due casi i pazienti – non per un ravvedimento del primario, bensì per un intervento esterno di premura presso lo stesso professionista da parte di altri colleghi – non hanno versato alcun compenso al professionista, beneficiando della copertura del servizio sanitario nazionale, avendone titolo”, riferisce la Procura.

Dalle indagini sarebbe emerso che Takanori Fukushima, 73enne, neurochirurgo di fama mondiale, e direttore del “Fukushima Brain Institute” di San Rossore figurerebbe come co-esecutore con Brigante di interventi chirurgici. “Vengono inoltre alla luce i rapporti tra lo stesso Brigante e Gaetano Liberti (61enne di Cascina-PI, neurochirurgo dell’Università degli studi di Pisa, che operava presso il “Fukushima Brain Institute” di San Rossore-PI) che si adoperava per mettere in contatto i pazienti con il citato primario. Con una serie di contatti abituali, i tre riuscivano a indirizzare molti pazienti presso il reparto di neurochirurgia dell’Azienda Ospedaliera di Salerno dove li sottoponevano ad interventi chirurgici – facendosi previamente consegnare indebitamente rilevanti somme di denaro”.

“Più in particolare, – spiega la nota della Procura – Liberti utilizzava la sua posizione di preminenza (essendo anch’egli un neurochirurgo di fama, incardinato peraltro in una Azienda Universitaria e ‘allievo’ del Fukushima) per esercitare una pressione sui pazienti, alludendo, talvolta in maniera implicita, altre volte in modo più esplicito, alla possibilità dell’aumento del ‘rischio operazione’ qualora gli stessi non fossero stati sottoposti a tempestivi e professionali interventi chirurgici, inducendoli così a corrispondere rilevanti somme di denaro. Brigante poi, abusando dei poteri derivanti dal ruolo di primario della neurochirurgia di un ente ospedaliero – ufficio che gli consentiva di predisporre e di modificare la ‘lista di attesa’ ed anche i turni dei medici – predisponeva il ricovero di detti pazienti (avvalendosi del personale infermieristico e della coordinatrice Annarita Ianicelli), garantendo la degenza nel reparto e organizzando l’esecuzione degli interventi chirurgici, che venivano eseguiti dal team Fukushima, Liberti, Brigante”.

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