Cassata la sentenza che aveva escluso la responsabilità sanitaria in relazione al decesso di un paziente morto a causa di trattamento sanitario eseguito con grave imperizia e negligenza

Avevano convenuto in giudizio un ospedale della capitale e la ASL di riferimento, al fine di sentirne accertare la responsabilità per la morte del proprio congiunto, avvenuta a causa di trattamento sanitario eseguito con grave imperizia e negligenza.

Gli attori, nello specifico, deducevano che il loro caro, in data 16.11.2011, era stato ricoverato presso il Pronto Soccorso del nosocomio a causa di un persistente sanguinamento da una ferita chirurgica sulla coscia destra, a seguito di intervento di asportazione di lipoma effettuato presso altro nosocomio; nonostante il grave quadro clinico, solo in data 30.11.2011 veniva eseguita la TAC addome ed arti inferiori la quale, pur consentendo di circoscrivere la sede di raccolta del versamento ematico, non individuava la fonte emorragica; il giorno successivo, a causa delle gravissime condizioni del paziente, si procedeva ad effettuare un intervento esplorativo, con il quale però i medici si limitavano allo svuotamento della cavità interessata dal versamento emorragico, senza individuarne la causa, sicché lo stesso giorno il paziente decedeva a causa di shock emorragico dovuto alla dissezione dell’aneurisma dell’arteria iliaca destra.

Senza esperire consulenza tecnica medico-legale, il Tribunale di Roma aveva accolto la domanda, ritenendo accertato l’inadempimento del contratto di prestazione professionale e di spedalità intercorso tra il paziente e la Asl per avere i medici eseguito tardivamente e non correttamente l’intervento chirurgico che avrebbe consentito di individuare la fonte dell’emorragia.

La Corte di appello, tuttavia, aveva ribaltato la pronuncia di prime cure, non ritenendo raggiunta la prova del nesso di causalità tra la condotta dei sanitari e il decesso del paziente. Il Collegio territoriale aveva innanzitutto osservato che il giudice di primo grado aveva errato nel ritenere che in sede operatoria sarebbe stato possibile individuare la fonte dell’emorragia. Secondo la Corte, il presupposto di tale ragionamento — ovvero che la dissecazione dell’aorta iliaca di destra, individuata quale causa del decesso, fosse preesistente rispetto all’intervento chirurgico — era smentito dall’esito della TAC eseguita il giorno precedente, che aveva escluso lesioni dei grossi vasi addominali, nonché dalla circostanza che in sede operatoria non era stato possibile individuare la sede dell’emorragia, mentre l’eventuale presenza della dissecazione non avrebbe potuto non essere rilevata dai medici, stante la severità delle sue manifestazioni.

I giudici di secondo grado avevano inoltre ritenuto non condivisibili sotto il profilo logico-giuridico le conclusioni del consulente medico-legale, il quale aveva dapprima attribuito all’inadempimento dei sanitari una riduzione delle chance di sopravvivenza del paziente in misura pari al 50% e successivamente, chiamato dalla Corte a chiarire se, in base al criterio del più probabile che non, i sanitari avessero con il loro inadempimento provocato il decesso del paziente, aveva dato risposta affermativa. In particolare, secondo la Corte romana, era incomprensibile il criterio utilizzato per giungere ad una simile conclusione dal ctu, il quale aveva affermato che se l’intervento chirurgico fosse stato più tempestivo e appropriato il paziente avrebbe avuto il 50% in più di chance di sopravvivenza, oltre a quelle pur minime che sarebbero state presenti anche in presenza di una condotta non corretta. La conclusione circa sussistenza del nesso causale sarebbe stata inoltre contraddetta dai dati scientifici forniti dallo stesso ctu, il quale, affrontando la questione circa l’indicazione chirurgica (prescelta dai sanitari solo a seguito del repentino peggioramento delle condizioni del paziente), aveva evidenziato i rischi dell’atto chirurgico, precisando che l’intervento avrebbe efficacia risolutiva solo nel 4% dei casi, mentre per una percentuale di casi superiore al 50% provocherebbe la morte del paziente.

Nel rivolgersi alla Cassazione, gli eredi del defunto eccepivano, tra gli altri motivi, che la motivazione della sentenza impugnata sarebbe stata carente ed incoerente in quanto basata sul travisamento dell’affermazione del ctu circa i rischi dell’intervento chirurgico.

Il dato statistico riferito dal ctu sarebbe riferito all’intervento chirurgico di tipo esplorativo effettivamente eseguito dai medici dell’ospedale, definito atto pericoloso e comunque non adeguato. Il ctu, invece, aveva sostenuto che i sanitari avrebbero dovuto attivarsi immediatamente per eseguire il diverso intervento chirurgico di damage control mediante la tecnica del packing, che avrebbe consentito di tamponare la zona addominale, in modo da bloccare la fuoriuscita di sangue e da poter individuare in un secondo momento le sedi delle lesioni, così impedendo la rottura dell’aneurisma dell’aorta.

I ricorrenti, inoltre, eccepivano l’incomprensibilità del fatto che la Corte d’appello, che aveva già riconvocato il ctu ponendogli quale unico quesito il chiarimento circa il principio del più probabile che non (così lasciando intendere che per il resto la ctu era ritenuta logica e comprensibile), non avesse, in quella stessa occasione, chiesto di chiarire anche quegli aspetti poi ritenuti illogici e incomprensibili nella sentenza. Il giudice dell’appello, omettendo di chiedere tali ulteriori chiarimenti al ctu, avrebbe deciso la causa sulla base delle proprie personali valutazioni, nonostante fossero necessari accertamenti di natura tecnica.

Infine, i congiunti del paziente lamentavano che il Giudice a quo avesse erroneamente interpretato le risultanze del ctu, secondo cui l’importante emorragia che aveva portato i sanitari a decidere l’intervento sarebbe stata ragionevolmente da attribuirsi ad una fissurazione (piccola lacerazione incompleta) dell’arteria iliaca, solo successivamente dissecatasi. A tale diagnosi si poteva pervenire esaminando le condizioni cliniche del paziente che, a partire dalla mattinata del 30.11.2011, avevano subito un repentino peggioramento per l’aggravamento della situazione emorragica come risultava dai valori ematici riportati nella relazione medico-legale di parte attrice. Solo mediante l’esecuzione del corretto intervento chirurgico di damage control si sarebbe potuta individuare la fissurazione, impedendone l’evoluzione in dissecazione.

Gli Ermellini, con l’ordinanza n. 28043/2021, hanno ritenuto di aderire alle argomentazioni proposte.

Nel caso di specie le censure apparivano fondate in quanto la Corte d’appello aveva disatteso la consulenza valorizzando le presunte contraddizioni in cui sarebbe incorso il c.t.u.- non tenendo tuttavia nella dovuta attenzione la circostanza che la consulenza, in processi come quello in esame, è di tipo percipiente e dunque non può essere disattesa in modo criptico ma solo sostituendo alla valutazione tecnica non condivisa altra e diversa valutazione tecnica. Risultava quindi del tutto inadeguato il passaggio motivazionale con cui la Corte di merito evidenziava che non era stata acquisita la prova della preesistenza all’intervento dell’aneurisma perché, quantunque la morte fosse stata causata dallo stesso, l’inadempimento era da iscriversi al trattamento della fissurazione che detto aneurisma precedeva e che avrebbe dovuto essere trattato; dalla corretta lettura dei fatti storici emergenti dalla consulenza – puntualmente riportati in ricorso, in ossequio al principio di autosufficienza – risultava che l’accertamento della sussistenza del nesso causale era stato compiuto tenendo conto di due dati: occorreva intervenire prima, e (soprattutto) con una tecnica diversa e meno invasiva: la corretta disamina della rilevanza causale di tali fatti rispetto all’evento morte del paziente risultava del tutto omessa dalla Corte territoriale.

La redazione giuridica

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