Due medici e un’infermiera sono accusati del decesso di una ragazza di 26 anni morta per una appendicite diagnosticata in ritardo

Si è aperto a Latina il processo di appello per due medici e un’infermiera condannati dal Tribunale del capoluogo pontino per il decesso di una giovane 26enne morta nell’aprile del 2013 a causa di una appendicite diagnosticata in ritardo.

La ragazza, secondo la pubblica accusa, avrebbe potuto salvarsi. Invece, il suo quadro clinico sarebbe stato sottovalutato e i sintomi non sarebbero stati presi nella giusta considerazione.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado si legge che “più tempestive fossero state le terapie a lei somministrate, anche in attesa di un’esatta diagnosi, e tanto più precoce fosse stata l’esatta diagnosi, tanto maggiore sarebbe stata la possibilità di salvezza della paziente le cui probabilità di cura con esiti favorevoli erano elevatissime, nel peggiore dei casi pari al 92%”.

Una tesi contrastata dai legali della difesa, i quali sostengono che i propri assistiti avrebbero invece fatto tutto il possibile per salvare la 26enne.

Nella prima udienza tenutasi davanti alla Corte territoriale il procuratore generale ha chiesto la conferma della pronuncia impugnata, che prevedeva sei mesi e 9 mesi rispettivamente per un’infermiera e il medico di guardia al Pronto soccorso di Latina, nonché di un anno e quattro mesi per il medico di base che aveva in cura la ragazza.

A quest’ultimo, in particolare, era stata attribuita la maggior pena in quanto la sua condotta nell’accertamento “era stata caratterizzata da imperizia e negligenza nell’omissione delle indagini per individuare la terapia confacente al caso di specie legata all’evento morte che ha colpito la ragazza”.

Il Tribunale aveva anche disposto 30mila euro di provvisionale esecutiva per le tre parti civili, ovvero i genitori e il fratello della vittima, in attesa che l’entità del risarcimento venga definito in sede civile.

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