In tema di attività sportiva pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi utilizzati, è dovuto il risarcimento, se non vengono adottate tutte le misure idonee a evitarlo

La vicenda, decisa dal Tribunale di Roma (sentenza n. 12921 del 25 settembre 2020), riguarda la materia dell’attività sportiva pericolosa e trae origine da un infortunio avvenuto  all’interno di una palestra nel corso di una lezione di boxe.

Si segnala la decisione qui in commento per la lucida e condivisibile disamina del concetto di rischio consentito.

Un ragazzo minorenne, nel corso degli allenamenti di boxe si infortunava gravemente e i suoi genitori chiamavano in giudizio l’Associazione Sportiva Dilettantistica proprietaria della palestra e l’istruttore di boxe, onde ottenere il risarcimento dei danni per le lesioni fisiche subite.              

Al ragazzo, condotto in Pronto Soccorso, veniva diagnosticata  frattura angolo mandibolare sx e necessità di intervento chirurgico. 

In particolare, i genitori del ragazzo sostengono che durante una lezione di pugilato all’interno  della palestra, dopo aver svolto la fase di riscaldamento,  l’allenatore   autorizzava  il  ragazzo a salire  sul  ring per effettuare degli scambi. Sul ring  erano presenti altre 3 coppie, che svolgevano lo stesso tipo di allenamento.  Il ragazzo veniva colpito violentemente e subito dopo accusava dolori alla mandibola ed al viso.

Il Tribunale preliminarmente osserva che la boxe deve intendersi come attività sportiva pericolosa.

E’ pericolosa l’attività, tale che in sé e per sé, cioè per la sua natura, ovvero per la natura dei mezzi adoperati, possa riuscire produttiva di danno.

Ne consegue che per aversi responsabilità derivante dall’esercizio di attività pericolosa devono risultare omesse tutte le misure atte ad evitare danni.

Il concetto di rischio sportivo riguarda sia gli atleti che gli organizzatori di manifestazioni sportive o allenatori o preparatori.

Tutti i soggetti coinvolti  nello svolgimento delle loro attività in ambito sportivo hanno obblighi derivanti sia dai regolamenti federali che dai canoni di prudenza ex art. 2043 c.c.

Nel caso di attività sportive pericolose, il principio del neminem laedere  deve essere analizzato in combinato disposto con l’atto di autonomia privata di accettazione del rischio derivante dall’esercizio dell’attività, nel rispetto delle regole tecniche sportive, con il quale i soggetti intraprendono una determinata attività sportiva.

L’art. 2050 c.c. specifica il concetto di attività pericolose ed attraverso una sua interpretazione è possibile quantificare l’eventuale responsabilità per atti illeciti commessi dagli sportivi.

Vengono considerate pericolose determinate attività, per le quali anche la giurisprudenza ha ritenuto che si debba far riferimento ad una maggiore probabilità di danno in virtù dei mezzi adoperati nello svolgimento dell’attività sportiva stessa, quali ad esempio: automobilismo, ciclismo, motociclismo.

Altra classificazione relativa all’ attività sportiva pericolosa, riguarda gli sport di contatto o violenti per i quali è necessario effettuare un distinguo tra condotta dolosa o colposa.

Si ha condotta dolosa nel momento in cui si ha un avvenimento violento non contemplato nell’attività sportiva praticata.

Si parla, invece, di condotta colposa quando si ha una violazione palese di una regola di gioco ponendo in essere comportamenti violenti, ma che comunque sono inquadrabili in un contesto agonistico di gioco.

Per la singola responsabilità dell’atleta, invece, occorre sottolineare che nel caso di illecito, lo stesso ne risponderà sia dal punto di vista sportivo in base ai singoli regolamenti, che dal punto di vista dell’ordinamento statale qualora lo stesso ordinamento riconosca una particolare rilevanza della condotta lesiva.

La giurisprudenza individua l’illecito sportivo quando l’attività sportiva viene ritenuta solo il mezzo per commettere volontariamente un danno nei confronti di un avversario.

In base a tali considerazioni emerge il concetto di “rischio consentito” che si eleva a parametro di giudizio per la determinazione della condotta lesiva.

In tal senso è evidente che chi pratica ad esempio lo sport del pugilato, dove la peculiarità della violenza è la caratteristica principale, il metro di paragone nella valutazione di un potenziale illecito si basa sulla normale diligenza tenuta dallo sportivo medio che agirà nel rispetto del regolamento e dei principi di lealtà e prudenza.

La responsabilità di cui si discorre costituisce un’ipotesi di responsabilità oggettiva che risponde all’intento legislativo di privilegiare il danneggiato sul danneggiante con il limite del caso fortuito.

Ciò detto, secondo il Tribunale, nel caso specifico non esiste caso fortuito, ma il verificarsi di un evento prevedibile considerata la natura dello sport praticato.

Tant’è -viene sottolineato- che i genitori hanno firmato una liberatoria nei confronti della Palestra.

E’ proprio la presenza della liberatoria, o che dir si voglia, della dichiarazione di esonero di responsabilità,  che comporta uno spostamento della soglia di responsabilità.

La dichiarazione liberatoria o di esonero da responsabilità, non comporta che non vi possa essere alcuna tutela per eventuali fatti dolosi o colposi poiché le palestre devono sempre assicurare il rispetto delle misure di sicurezza imposte.

E’ pacifica la consapevolezza dei genitori del ragazzo circa la pericolosità dello sport della boxe praticato dal figlio minore.

Nel corso dell’istruttoria emerge che il minore era provvisto di tutte le protezioni previste e che subito dopo l’infortunio è stato soccorso come da prassi.

Anche il danneggiato stesso conferma – durante l’interrogatorio formale- che durante l’allenamento indossava tutte le protezioni.

La CTU medico-legale espletata ha accertato l’idoneità causale del sinistro in oggetto con le lesioni riportate e che il danno biologico subito -pari al 13%- non incide sulla attività lavorativa del danneggiato.

Le conclusioni del Consulente vengono integralmente condivise dal Tribunale che identifica quale criterio di liquidazione applicabile quello risultante dalle Tabelle del Tribunale di Roma.

Riguardo al danno morale, richiamata la decisione a SS.UU. 26792/2008, viene ribadito che si deve tener conto delle condizioni soggettive della persona e della concreta gravità del fatto.

Sulla base di tali considerazioni viene liquidata la ulteriore somma di euro 3.083,00, pari al 10% di quanto liquidato a titolo di danno biologico.

Il Tribunale ritiene, in conclusione, che l’infortunio si sia verificato in concorso di colpa tra il danneggiato stesso nella misura del 30% e i convenuti in solido, ASCD e Istruttore, nella misura del 70%.

Nessuna responsabilità viene attribuita all’atleta che ha sferrato il colpo che ha agito quale normale atleta antagonista nel rispetto delle regole dettate e riferibili al caso.

ASD e Istruttore vengono quindi condannati, in ragione della responsabilità loro attribuita nella misura del 70% , al risarcimento in favore di parte attrice della somma di euro 26.061,00, oltre interessi legali dalla pubblicazione della sentenza fino al soddisfo.

Avv. Emanuela Foligno

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