Viene riconosciuta la malattia professionale all’autista di autobus in quanto i sedili di guida non idonei sottopongono il lavoratore a rischio lavorativo 

Un’autista di autobus adisce il Tribunale del Lavoro di Roma (Tribunale Roma, sez. III, sentenza n. 5302 del 18 settembre 2020), per sentir accertare e dichiarare la natura professionale delle patologie sofferte e, conseguentemente, sentir dichiarare il proprio diritto a vedersi corrispondere l’indennizzo da parte dell’Inail.

Costituitosi in giudizio, l’Inail contesta il fondamento della domanda e ne chiede il rigetto evidenziando che si tratta di lavorazioni che non rientrano tra quelle comprese nelle tabelle allegate al testo unico n. 1124 del 1965.

La causa viene istruita attraverso prove testimoniali e CTU Medico-legale, all’esito delle quali il Tribunale ritiene il ricorso fondato.

Preliminarmente evidenzia il Giudice che la L.17 maggio 1999, n. 144, art. 55, ha indicato, alla lett. s), tra i principi e criteri direttivi, la previsione di un’idonea copertura e valutazione indennitaria del danno biologico, con conseguente adeguamento della tariffa dei premi.

In sostanza il danno biologico è stato incluso nel sistema indennitario tipico degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali e l’evento dannoso è stato considerato come fatto lesivo in se’ alla persona del lavoratore infortunato al quale, così facendo, è stata riconosciuta una tutela globale, non più limitata alla compensazione della ridotta possibilità di produrre reddito conseguente ad infortunio sul lavoro.

Dunque il danno biologico, inteso come danno alla persona nella sua globalità e cioè come menomazione dell’integrità psicofisica del soggetto, è sempre presente e si ripercuote su tutte le sue attività, compresa quella lavorativa generica, inscindibile dalle altre.

In definitiva, l’indennizzo del danno biologico ha sostituito la rendita per inabilità permanente già prevista dal D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 66: indennizzo in capitale del solo danno biologico per menomazioni superiori al 6% sino al 16%; indennizzo in rendita per menomazioni pari o superiori al 16% di cui una quota per danno biologico ed una ulteriore quota aggiuntiva per conseguenze patrimoniali delle menomazioni.

Ciò detto, le prove testimoniali esperite hanno provato con sufficiente certezza che le mansioni di autista di autobus di linea urbana e conducente di mezzi Atac hanno esposto l’uomo nel corso della durata del servizio per 26 anni,  a rischio lavorativo.

Ed infatti uno dei testi, anch’egli autista di autobus dell’Atac dal 1990 al 2018, ha confermato che, benchè le mansioni in questione non prevedono spostamenti di carico, “ci sono delle vetture i cui sedili non sono idonei perchè difficoltosi”. Si tratta di circostanza che, protratta per 26 anni, deve ritenersi idonea a porre il soggetto in situazioni di rischio.

Altro teste,  anch’egli autista all’Atac dal 1990 al 2012 ha confermato che “a volte i sedili non sono beni ammortizzati e inoltre non funziona la regolazione dell’altezza e dunque la postura non è sempre comoda”; e che “per approssimazione la metà delle volte i sedili hanno qualche anomalia, per esempio hanno ammortizzatori scarichi oppure che vanno a scatto o che non smettono mai di fare un movimento sussultorio ..”.

Inoltre, la CTU espletata ha evidenziato che le patologie sofferte dal ricorrente (spondiloartrosi del rachide con protrusioni ed artrosi di spalla bilaterale) hanno natura professionale e hanno causato al ricorrente postumi permanenti quantificati nella misura del 18%.

Tanto sopra in quanto il ricorrente è stato “esposto costantemente a vibrazioni trasmesse al corpo intero, a movimenti ripetuti di spalla e al mantenimento prolungato di postura incongrua”.

Il Tribunale, per tali ragioni, condanna l’Inail a corrispondere al lavoratore il danno permanente derivante da malattia professionale, oltre alle spese di lite e di C.T.U.

Avv. Emanuela Foligno

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