Negato l’indennizzo del danno biologico all’imbianchino che non aveva provato l’origine lavorativa della caduta da una scala

Con l’ordinanza n. 10375/2021, la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un cittadino che si era visto rigettare in sede di merito la domanda volta ad ottenere la condanna dell’INAIL alla corresponsione della rendita o dell’indennizzo del danno biologico conseguente ad infortunio occorsogli a seguito della caduta da una scala, mentre prestava opera di imbianchino.

Ad avviso della Corte territoriale – posto che il ricorrente si era limitato ad affermare di essere caduto dalla scala mentre stava dipingendo delle pareti, senza ulteriore specificazione, e che l’INAIL aveva contestato la causa lavorativa allegando che lo stesso lavoratore aveva riconosciuto in sede di ricovero ospedaliero di essere caduto per una perdita di coscienza simile ad altre che già in passato aveva subito – ha rilevato che anche la cartella clinica prodotta testimoniava che la causa della caduta era stata ritenuta derivante da lipotimia; per tale ragione, in difetto di allegazioni utili ad approfondire l’esame di una origine lavorativa della caduta, non poteva darsi corso alla richiesta di espletamento di c.t.u. medica anche in ragione delle circostanze, relative ad altro episodio di perdita di coscienza, contenute nella relazione del Pronto Soccorso allegata agli atti, con la conseguenza che il lavoratore non aveva provato l’origine lavorativa della caduta.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente lamentava, tra gli altri motivi, che la Corte territoriale avesse errato nel ritenere che egli avesse allegato in modo difettoso le circostanze costitutive del proprio diritto non insinuando l’esistenza di ragioni diverse della perdita di coscienza autonoma, dovendo lo stesso allegare il solo fatto della caduta avvenuta mentre lavorava, come aveva fatto; sarebbe invece spettato all’INAIL l’onere di provare in via di eccezione che quelle circostanze non realizzavano una occasione di lavoro.

Deduceva, inoltre, che “la sentenza impugnata aveva affermato che l’appello era volto ad ottenere quanto meno la nomina di un c.t.u. senza considerare che solo una c.t.u. medico legale avrebbe potuto spiegare l’origine del malessere accusato dal ricorrente”.

Gli Ermellini, tuttavia, non hanno ritenuto di aderire alla doglianza proposta.

L’INAIL, infatti, si era limitato a contestare la sussistenza del nesso di causalità tra caduta ed attività di lavoro e dunque non si era determinata nessuna modifica dell’ordinario assetto dell’onere probatorio; la sentenza impugnata, con tipico accertamento di merito, aveva ritenuto che il lavoratore avesse spontaneamente ammesso che la caduta era causalmente correlata a genesi extra lavorativa e per di più non avesse fornito neanche minime allegazioni di fatti idonei a suggerire l’esistenza del nesso causale tra l’attività di lavoro e la caduta dalla scala. Ciò aveva inibito l’espletamento dell’attività di consulenza tecnica finalizzata ad accertare la sussistenza di tale nesso causale; peraltro, la giurisprudenza di legittimità afferma “che la consulenza tecnica non è un mezzo di prova, né è nella disponibilità delle parti, ma appartiene al giudice, il quale, peraltro, non può utilizzarla per esonerare le parti dagli oneri probatori loro incombenti, e, perciò, non può essere disposta al fine di raccogliere elementi di giudizio che le parti devono dimostrare altrimenti (nella specie, la prova delle modalità storiche di ricorrenza della causa violenta produttiva di infortunio sul lavoro), né l’ammissione della consulenza tecnica (artt. 424 e 441 cod. proc. civ.) può essere disposta per la ricerca delle prove che le parti hanno l’onere di fornire o per ovviare alle carenze probatorie imputabili alle parti stesse.

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