La piscina dove è avvenuta la caduta sullo scivolo d’acqua non era priva di custodia; ove tale custodia fosse mancata del tutto, la responsabilità del genitore avrebbe dovuto essere valutata con maggiore rigore (Cassazione Civile, sez. VI, Sentenza n. 13503 del 18/05/2021)

La donna, in qualità di esercente la potestà sulla figlia minore conveniva in giudizio il gestore del centro sportivo dinanzi al Tribunale di Asti, chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni patiti dalla figlia minore a seguito di una caduta sullo scivolo d’acqua del complesso, cui aveva fatto seguito la rottura degli incisivi superiori. A sostegno della domanda esponeva la madre che il gestore veniva condannato per il delitto di cui all’art. 590 c.p., in relazione all’episodio per cui è causa, con sentenza definitiva cui si era accompagnata la condanna al pagamento di una provvisionale di euro 8.000,00.

Si costituiva in giudizio il convenuto deducendo che il sinistro era da ricondurre alla condotta impropria della bambina che cadeva durante la risalita in senso contrario sullo scivolo della piscina ed alla disattenzione del padre.

Il Tribunale accoglieva parzialmente la domanda e, riconosciuta la responsabilità del convenuto e del padre della bambina in pari misura, condannava il convenuto al pagamento della somma di euro 8.000,00, già riconosciuta in sede di giudizio penale a titolo di provvisionale, con compensazione delle spese di lite.

La decisione veniva appellata dalla danneggiata, nel frattempo divenuta maggiorenne, e la Corte d’Appello di Torino accertava che il danno patito era da liquidare nella misura di euro 4.269,30, somma superata da quella già corrisposta dal gestore a titolo di provvisionale, rigettava ogni ulteriore domanda risarcitoria e compensava integralmente tra le parti le spese del giudizio di appello.

In particolare, la Corte territoriale, nel ribadire la pari responsabilità del gestore del centro sportivo e del padre della bambina, rilevava che l’appellante non forniva la prova del danno patrimoniale, considerato che le spese indicate dalla CTP non erano supportate da alcuna documentazione fiscale, per cui quel danno non poteva essere risarcito.

Accoglieva, invece, la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, posto che la vittima dimostrava che in conseguenza del sinistro aveva patito l’avulsione di uno degli incisivi superiori e la parziale frattura coronale dell’altro incisivo; danno questo, tale da comportare un’invalidità permanente nella misura del 3%.

La decisione viene impugnata in Cassazione con due motivi di doglianza.

Con il primo motivo la ricorrente sostiene che la sentenza sarebbe errata sia nella parte in cui ha ridotto la percentuale di invalidità dal 4% riconosciuta dal CTP, al 3 %, sia laddove ha rigettato la domanda di risarcimento del danno patrimoniale. A tal proposito, la censura rileva che il danno ai denti richiederà la sostituzione periodica delle protesi, le cui ricevute non potevano essere prodotte in anticipo, e che i documenti contabili attestanti le spese erano nella disponibilità della madre della ricorrente, deceduta, per cui la parte era stata nell’impossibilità di produrli.

Il motivo non è fondato.

La censura relativa alla riduzione della percentuale di invalidità permanente ai fini del danno non patrimoniale si risolve in una sollecitazione indebita al riesame del merito.

L’appellante sostiene, infatti, che la Corte d’Appello avrebbe dovuto seguire le indicazioni del CTP, senza considerare che la questione è stata affrontata e, dopo avere evidenziato la lacunosità della documentazione prodotta, ha ritenuto superfluo l’espletamento di una CTU, ed ha ridotto la percentuale di invalidità dal 4% al 3% in considerazione del fatto che tale invalidità tende, col trascorrere del tempo, ad assestarsi in riduzione.

Tale ragionamento è del tutto corretto e convincente, tanto più in quanto si fa riferimento ad un danno limitato a due denti, dei quali uno danneggiato in parte.

Riguardo il diniego del risarcimento del danno patrimoniale, la Corte territoriale, con un accertamento di merito non sindacabile in Cassazione, ha constatato che l’appellante produceva una documentazione incompleta e lacunosa che non consentiva il controllo sugli esborsi effettivamente sopportati.

Con il secondo motivo di ricorso , la ricorrente sostiene che il padre entrava nel centro sportivo accompagnando contemporaneamente tre figli, per cui era nell’impossibilità di seguire i movimenti di tutti. Sarebbe errata, perciò, la decisione anche nella parte in cui ha riconosciuto a carico del padre l’esistenza di una concorrente responsabilità.

Anche il secondo motivo non è fondato.

La Corte d’Appello ha accertato che il padre non era presente al momento del fatto e che la piscina dov’è avvenuta la caduta non era del tutto priva di custodia ed ha osservato che, ove tale custodia fosse mancata del tutto, la responsabilità del genitore avrebbe dovuto essere valutata con maggior rigore.

Le argomentazioni del Giudice d’Appello sono condivisibili, perché la circostanza di accompagnare contemporaneamente tre figli minori, tutti bisognosi di controllo, in una struttura solo parzialmente custodita e potenzialmente fonte di pericolo non è un elemento che sgrava il genitore di ogni responsabilità; anzi, al contrario, conferma la sussistenza di una sua colpevolezza.

In conclusione, la Suprema Corte rigetta integralmente in ricorso e nulla statuisce in merito alle spese considerato il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato.

Avv. Emanuela Foligno

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