Respinto il ricorso di una donna che chiedeva il risarcimento del danno morale soggettivo patito per essere stata sbalzata dalla due ruote in seguito alla collisione con un autocarro

Aveva agito in giudizio al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni da lei subiti in conseguenza di un sinistro stradale. La donna sosteneva, in particolare, che in qualità di passeggera del motociclo condotto dal coniuge, rovinava a terra in seguito alla collisione con un autocarro.

La Compagnia assicurativa convenuta si costituiva contestando l’avversa pretesa risarcitoria ed offrendo banco iudicis la somma di 1.100 euro a titolo di risarcimento. Tale importo veniva trattenuto dall’attrice a titolo di acconto sul maggiore avere.

Il Giudice di Pace, in primo grado, accoglieva la domanda e condannava l’Assicurazione al risarcimento in favore della danneggiata del danno biologico e del danno morale, liquidando quest’ultimo in 7.000 euro.

Il Tribunale, invece, in totale riforma della pronuncia di primo grado e accogliendo l’appello della Compagnia, dichiarava la somma di 1.100 euro già corrisposta dalla stessa banco iudicis, satisfattiva del danno subito dalla donna.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, la danneggiata contestava al Giudice di secondo grado di aver errato nel ritenere non provato il danno morale soggettivo da lei patito e consistito nella paura di perdere la vita, in presenza della prova che a causa dello speronamento dell’autocarro era stata sbalzata dalla moto sull’asfalto nel mentre sopraggiungevano altre automobili. A suo dire, inoltre, il danno morale soggettivo può essere provato anche attraverso presunzioni semplici in base all’id quod plerumque accidit, stante l’impossibilità di provare la sofferenza morale attraverso prove dirette. Pertanto, il Tribunale negandolo sarebbe concorso in errore.

Gli Ermellini, tuttavia, con l’ordinanza n. 34144/2019, hanno ritenuto i motivi del ricorso inammissibili.

La Cassazione ha ricordato, allineandosi alla giurisprudenza di legittimità, che “il danno non patrimoniale, anche di lesioni di diritti inviolabili, non può mai ritenersi in re ipsa, ma va debitamente allegato e provato da chi lo invoca, anche attraverso al ricorso di presunzioni semplici, sicché resta fermo l’onere del danneggiato di allegare gli elementi di fatto dai quali possa desumersi l’esistenza e l’entità del pregiudizio”.

E ancora che “la prospettata condizione di sofferenza e di disagio non può essere desunta dalla mera prestazione lavorativa, spettando allo stesso dimostrare, secondo i generali principi che regolano l’onere della prova in materia di responsabilità aquiliana, di aver subito un turbamento psichico che, al pari di qualsiasi altro stato interiore, assume rilievo quando ricorrono elementi obiettivi riscontrabili, desumibili da altre circostanze di fatto esterne, quali la presenza di malattie psico-somatiche, insonnia, inappetenze, disturbi del comportamento o altro”.

Nel caso in esame il Tribunale aveva correttamente dichiarato non provata tale voce di danno in nessun modo, neppure attraverso presunzioni, non risultando né dalla espletata CTU né dalle argomentazioni svolte della difesa della ricorrente, in assenza, peraltro, “di istanze istruttorie finalizzate a provare lo stato d’animo e il malessere manifestato dall’odierna ricorrente dopo l’incidente”, elementi che facessero ritenere che la donna, in conseguenza dell’incidente, oltre al danno biologico, avesse subito un patema d’animo e una sofferenza ed in quale entità.

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