Respinto il ricorso del titolare di un’azienda accusato di omicidio colposo per non aver apprestato, in ordine all’attività lavorativa sul tetto, le cautele idonee a garantire l’incolumità della vittima

In tema di normativa antinfortunistica riguardante attività lavorativa sul tetto, in base alle disposizioni contenute nell’art. 148, d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, è configurabile, in capo al datore di lavoro, lo specifico obbligo di verifica in concreto della resistenza della superficie su cui debba insistere la lavorazione e, nel caso in cui nel corso di tale accertamento sorga un dubbio circa la capacità portante della superficie calpestabile, quello, ulteriore, di adottare le cautele atte a garantire l’incolumità dei lavoratori.

Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza n. 12161/2020 pronunciandosi sul ricorso dell’amministratore di un’azienda, condannato per il reato di cui all’art. 589 cod. pen. perché, per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e inosservanza delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, omettendo di apprestare, in ordine all’attività lavorativa sul tetto, tutte le cautele idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori e ad eliminare il rischio di caduta (in particolare, tavole sopra le orditure, dispositivi di protezione individuale anticaduta e linee vita), cagionava la morte di un dipendente.

La vittima, nell’ambito di lavori di installazione di cupolini metallici sul tetto del fabbricato, cadeva a causa del cedimento di un cupolino in cemento, da un’altezza di circa 7 metri, con conseguente decesso.

Il ricorrente, nel rivolgersi alla Suprema Corte, deduceva che la Corte d’appello avesse erroneamente ritenuto sussistente il dubbio circa la resistenza della struttura, nonostante l’edificio in questione fosse stato costruito nel 1995 e collaudato nel 1996, nel rispetto di tutte le disposizioni di legge. Da ciò derivava il legittimo affidamento dell’imputato in ordine alla resistenza della struttura, tale da non rendere necessario alcun dispositivo anticaduta.

Né poteva condividersi, a suo avvio, l’argomentazione dei giudici di merito, secondo cui i ripetuti fenomeni di infiltrazione d’acqua nell’edificio avrebbero dovuto condurre l’imputato a rendersi conto della precarietà strutturale del fabbricato, essendo tale elemento inidoneo a dimostrare l’incapacità dei cupolini di garantire la portata prescritta dalla legge.

Peraltro il consulente tecnico della difesa aveva dimostrato come il vizio strutturale della copertura dell’immobile non fosse ricollegabile a tali infiltrazioni d’acqua ma ad una intrinseca inadeguatezza dei cupolini in fibrocemento, che all’epoca del fatto non era ancora conosciuta.

I Giudici Ermellini, tuttavia, non hanno ritenuto di aderire alle doglianze del datore, considerandole infondate.

L’art. 148 d.lgs. n. 81 del 2008 dispone infatti che, prima di procedere alla esecuzione di lavori su lucernari, tetti, coperture e simili, debba essere accertato che questi ultimi abbiano resistenza sufficiente per sostenere il peso degli operai e dei materiali di impiego. Nel caso in cui sia dubbia tale resistenza, devono essere adottati i necessari accorgimenti atti a garantire la incolumità delle persone addette, disponendo, a seconda dei casi, tavole sopra le orditure, sottopalchi e facendo uso di idonei dispositivi di protezione individuale anticaduta.

L’assunto difensivo secondo cui l’avvenuto collaudo dell’immobile, in epoca antecedente all’infortunio, sarebbe stato di per sé idoneo a creare affidamento in ordine alla resistenza della copertura era smentito dall’inequivocabile disposto della predetta norma, la quale, nell’ancorare l’adozione di cautele idonee alla protezione dei lavoratori alla sussistenza di un mero dubbio sulla effettiva resistenza delle superfici, esclude che l’esito positivo di un collaudo avvenuto tanti anni prima possa di per sè creare un legittimo affidamento in capo al datore di lavoro, esonerandolo dall’obbligo della verifica in concreto della resistenza della copertura.

Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva posto in luce, con motivazione assolutamente congrua ed esauriente, la consapevolezza in capo all’imputato, proprietario dell’immobile e datore di lavoro, del deterioramento dei cupolini in fibrocemento, in considerazione delle infiltrazioni d’acqua cui era costantemente soggetta la copertura del fabbricato e della circostanza che nel corso degli anni, a causa di tale fenomeno, l’imputato e il fratello erano intervenuti ripetutamente al fine di sostituire i cupolini deteriorati.

In secondo luogo, il giudice d’appello aveva evidenziato la totale carenza di apprestamenti idonei a tutelare l’incolumità del lavoratore, il quale si trovò ad operare su di una copertura deteriorata senza essere stato munito di dispositivi di protezione individuale, in assenza di linee salvavita o di altre protezioni.

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