È impugnabile la conciliazione col proprio datore di lavoro laddove il dipendente non abbia ricevuto adeguata assistenza da parte della rappresentanza sindacale

La vicenda

L’esponente deduceva di essere impiegata presso la società datrice di lavoro dal 2 gennaio 2003 con contratti annuali di co.co.co. via via reiterati nel corso degli, anni durante i quali, aveva sempre svolto la mansione di responsabile commerciale per circa 40 ore settimanali.

Sennonché nel mese di aprile 2015 l’amministratore unico della predetta società preannunciava l’imminente arrivo di un consulente del lavoro che avrebbe fatto sottoscrivere ai dipendenti parasubordinati un documento necessario per regolarizzare il periodo pregresso e formalizzarlo per il futuro.

Esattamente il 21 aprile 2015 la lavoratrice veniva chiamata nella sala riunioni dove trovava l’amministratore unico, il consulente del lavoro e una persona sconosciuta che le veniva presentato come rappresentante sindacale e le veniva fatto firmare un documento intitolato “verbale di conciliazione sindacale”, dichiarando che la firma dello stesso era condizione necessaria per proseguire il rapporto e che in mancanza sarebbe finito seduta stante; che in quella occasione il rappresentante sindacale era rimasto in silenzio per tutto il tempo, cosicché ella si sentì costretta ad apporre la firma sul documento.

Il giorno successivo riceveva una lettera di assunzione con contratto a tempo indeterminato decorrente da quella data, con la qualifica di addetta a mansioni di ufficio commerciale; e, neppure un anno dopo veniva licenziata per giustificato motivo oggettivo.

L’impugnazione della conciliazione

Al predetto licenziamento seguiva l’impugnativa da parte della lavoratrice, non soltanto del provvedimento di recesso ma anche del verbale di conciliazione che – a sua detta – doveva essere annullato perché stipulato in un luogo diverso dalla “sede sindacale” alla presenza di un rappresentante sindacale che la ricorrente non conosceva e che non l’aveva mai informata del significato e della portata della sottoscrizione, ma era anzi rimasto silente dinanzi all’intimidazione datoriale a firmare, rinunciando ai suoi diritti a fronte della “misera” somma di 500,00 euro.

Ella, inoltre, sosteneva che il rapporto di lavoro che l’aveva legata alla società dovesse intendersi come subordinato a tempo indeterminato sin dall’inizio ai sensi dell’art. 69 primo comma del d.lgs. n. 276/03 dal momento che il rapporto era stato instaurato in assenza di uno specifico progetto o programma o fase di lavoro come previsto dagli artt. 61 e 62 del predetto decreto legislativo.

Il processo di primo grado

Ebbene il Tribunale di Roma ha condiviso le ragioni assunte dalla lavoratrice, specie quelle relative alla invalidità della conciliazione stipulata in sede sindacale. Ciò per due motivi, uno di ordine formale, l’altro sostanziale.

Dal punto di vista formale, come noto la conciliazione stragiudiziale può oggi svolgersi facoltativamente in sede amministrativa dinanzi alla commissione di conciliazione della DTL ai sensi dell’art. 410 c.p.c. sostituito dalla L. 183/2010, ovvero in sede sindacale. ai sensi dell’art. 412 ter c.p.c., oltre che dinanzi alle commissioni di certificazione di cui all’art. 76 del d.lgs. 276/03.

Ai sensi dell’art. 412 ter “La conciliazione e l’arbitrato, nelle materie di cui all’articolo 409, possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative”.

L’art. 2113 ultimo comma c.c. stabilisce poi che “Le disposizioni del presente articolo nomsi applicano alla conciliazione intervenuta ai sensi degli articoli 185, 410, 411, 412 ter e 412 quater del codice di procedura civile”.

Orbene, la ratio dell’art. 412 ter c.p.c. – affrmano i giudici dellaSuprema Corte – è quella di assicurare, anche attraverso l’individuazione della sede e delle modalità procedurali, la pienezza di tutela del lavoratore in considerazione dell’incidenza che ha la conciliazione sindacale sui suoi diritti, inderogabili e dell’inoppugnabilità della stessa.

E dunque, il regime di inoppugnabilità concerne le sole conciliazioni sinidacali espletate nelle sedi protette di cui all’ultimo comma dell’arf.:2113, che richiama specificamente l’art. 412 ter e dunque le sole conciliazioni sindacali che avvengono presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacalimaggiormente rappresentative.

Nel caso in esame, il CCNL di categoria non contemplava alcuna disciplina che regolamentasse la procedure di conciliazione sindacale, perciò non poteva farsi applicazione nè dell’art. 412 ter c.p.c., nè tanto meno dell’art. 2113 c.c., ultimo comma.

Ma quel che più rileva è la ragione di carattere sostanziale.

Ed invero, requisito essenziale nella conciliazione in sede sindacale è quello della effettiva assistenza che l’associazione sindacale presta al lavoratore.

“A tal fine è necessario valutare se, in base alle concrete modalità di svolgimento della procedura, sia stata correttamente attuata quella funzione di supporto del lavoratore che la legge assegna alle organizzazioni sindacali”.

“Naturalmente – continua il Tribunale capitolino – questa assistenza è a contenuto libero, ma nel caso di specie non risultava che in concreto, fosse stata assicurata un’efficace rappresentazione alla lavoratrice del contenuto e delle conseguenze derivanti dagli atti compiuti, in modo che ella potesse essere davvero libera e consapevole”.

Tanto è bastato per dichiarare l’invalidità della conciliazione.

In definitiva, il giudice di primo grado ha ritenuto la conciliazione impugnabile e l’impugnazione tempestiva oltreché fondata in quanto la lavoratrice non aveva ricevuto una reale assistenza e non era stata messa nelle condizioni di scegliere in modo consapevole.

La redazione giuridica

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