Le allegazioni non consentono di ritenere che il danno estetico riportato dalla donna abbia determinato per la sua particolare condizione di vita, un pregiudizio del tutto eccezionale. La interessante decisione qui a commento tratta della personalizzazione del danno e del danno all’immagine derivanti da intervento estetico errato (Corte d’Appello di Milano, Sez. II, Sentenza n. 2840/2021 del 05/10/2021 RG n. 154/2020)

La paziente esponeva che il Tribunale di Milano, prima sezione civile, con sentenza 5917/2019, pubblicata il 18 giugno 2019, decidendo sulle domande di risarcimento da lei proposte per responsabilità sanitaria nei confronti della Dottoressa, Chirurgo estetico, della Struttura e della Compagnia assicuratrice, aveva ritenuto l’inesatto adempimento delle prestazioni fornite, riconoscendo il danno estetico.

Il Giudice aveva, pertanto, condannato le convenute alla liquidazione in suo favore dell’importo di euro 26.299,50, nonché alla refusione delle spese legali e di CTU.

La donna ritiene la decisione parzialmente errata e propone gravame articolando tre motivi.

Con il primo censura la sentenza nella parte in cui non ha riconosciuto un incremento del danno non patrimoniale per personalizzazione. A riguardo assume che, diversamente da come argomentato, la sua difesa ha prodotto in primo grado copiosa documentazione attestante come l’appellante, all’epoca degli interventi di anni ventidue, fin dall’età di quattordici anni avesse partecipato ad eventi quali concorsi di bellezza e campagne pubblicitarie. A fronte di ciò, a suo avviso, sarebbe evidente il diritto alla personalizzazione in ragione della natura degli interventi eseguiti consistiti in un primo intervento chirurgico di mastoplastica additiva, in data 6 giugno 2012, per motivi estetici e, quindi, il successivo 4 dicembre 2021, in un secondo relativo alla rilocazione delle protesi a seguito dell’intervenuto dislocamento verso il basso delle stesse con accertata responsabilità della struttura come ritenuto in sentenza.

Con il secondo motivo critica la decisione nella parte in cui ha, in modo inadeguato, motivato sempre sul medesimo tema.

Con il terzo motivo lamenta il mancato riconoscimento del danno all’immagine. A riguardo assume che, attesi i postumi riportati a causa della carente esecuzione dei due interventi estetici, non aveva potuto proseguire nell’attività di modella, anche di biancheria intima, che aveva avviato e che avrebbe avuto intenzione di proseguire, così trovandosi costretta ad abbandonare tale ambito nonostante le prospettive incoraggianti, con conseguente lesione della sua immagine, tale da giustificare la liquidazione della voce di danno estetico richiesta, anche in via equitativa nella somma di euro 200.000,00.

I primi due motivi di appello vengono considerati infondati.

Il Tribunale ha, anzitutto, condiviso le valutazioni della CTU che, con riferimento al primo intervento chirurgico estetico, ha accertato come esso fosse stato eseguito senza sufficiente considerazione della notevole pregressa lassità dei tessuti mammari soprattutto cutanei ai poli inferiori, mostrando i sanitari, nell’occasione, carenza nell’ attenta verifica ai tempi di consolidamento del solco sottomammario, con sottostima della capacità di tenuta dei tessuti.

Ha, quindi, accertato un ulteriore profilo di errore consistito nella scelta di protesi troppo larghe in rapporto all’antropometria della paziente, dato che l’uso di protesi più strette, ma con più alto profilo, avrebbe garantito un risultato estetico più confacente.

Con riguardo al secondo intervento di chirurgia estetica, eseguito il 4 dicembre 2012, il Tribunale, condividendo le conclusioni del Collegio peritale, ha ritenuto come anche esso fosse stato carente dato che, eseguito per riposizionare le protesi con diagnosi di ” dislocazione retromammaria verso il bassobilaterale” a distanza di poco tempo da esso, si era ripresentato il medesimo problema, non avendo i sanitari sufficientemente irrobustito il solco sottomammario, pur avendo contezza della nota lassità dei tessuti.

All’esito delle indagini così esperite, e in considerazione della presenza di ” cicatrici visibili ictu oculi differentemente dall’esito atteso di interventi consimili” il Tribunale, facendo proprie le conclusioni della CTU, ha quantificato una invalidità permanente nella misura del 10%, un periodo di invalidità temporanea totale di giorni due, una invalidità temporanea parziale nella misura del 75% per dieci giorni , del 50% per cinque giorni e del 25% per altri cinque giorni.

Riguardo la negata personalizzazione il primo Giudice ha rilevato che l’ attrice non forniva sufficienti specificazioni in atto introduttivo né documentazione successiva quanto, ad esempio, all’attività di modella da lei svolta, alla sua rilevanza nella sua vita e, quindi, all’impatto emotivo che potesse esserle derivato dagli avvenimenti in contestazione, così come ha escluso che avesse fornito prova, attesa la portata onnicomprensiva delle voci e dei valori contenuti nelle tabelle milanesi utilizzate, per liquidare altra voce di danno per la lesione alla propria immagine.

Tali argomentazioni, secondo la Corte sono meritevoli di essere confermate.

Costante giurisprudenza di Legittimità recita:” in tema di liquidazione del danno non patrimoniale, ai fini della c.d. “personalizzazione” del danno forfetariamente individuato in termini monetari attraverso i meccanismi tabellari cui la sentenza abbia fatto riferimento, e che devono ritenersi destinati alla riparazione delle conseguenze ordinarie inerenti ai pregiudizi che qualunque vittima di lesioni analoghe normalmente subirebbe, spetta al giudice far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione, in coerenza con le risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale in quanto caratterizzata da aspetti legati alle dinamiche emotive della vita interiore o all’uso del corpo e alla valorizzazione dei relativi aspetti funzionali, di per sé tali da presentare obiettive e riconoscibili ragioni di apprezzamento”.

Ciò posto, la Corte evidenzia che la paziente non ha riproposto alcuna prova orale inizialmente dedotta in primo grado e ha fondato la sua impugnazione, quanto alla mancata personalizzazione, esclusivamente sulla documentazione prodotta innanzi al Tribunale, nonché su una asserita non contestazione dei suoi assunti da parte delle difese convenute.

La documentazione prodotta in primo grado, consistente in un curriculum vitae predisposto dalla stessa parte e da corredo fotografico, è priva di data, non collocabile nel tempo e in alcun contesto lavorativo, e riporta (solo alcune) delle indicazioni numeriche, forse di prodotti, non consentendo di comprendere a quale attività dette immagini facciano riferimento, ovvero la ragione di esse.

Le fotografie e gli articoli di giornale, inerenti la partecipazione dell’attrice, all’età di quattordici anni, ad un concorso di bellezza a Rimini ove vinceva il primo premio “Miramare” (quindi nel 2003).

Altro ritaglio di articolo del 2006 non riporta alcuna indicazione se non una foto sbiadita che non consente identificazione di sorta, mentre le successive ritraggono l’appellante quale partecipante ad altri concorsi (Miss Sorriso a Salsomaggiore ovvero ad altre selezioni) nel 2007 e nel 2008.

Secondo la Corte tale documentazione è scarna e risalente al punto da non consentire di ritenere che il danno estetico riportato dalla donna abbia determinato per la sua particolare condizione di vita, un pregiudizio del tutto eccezionale rispetto a quello normalmente sofferto da persone della stessa età sottoposte ad analogo intervento di chirurgia estetica che, come tale, mira esclusivamente ad un miglioramento dell’aspetto di una determinata parte del corpo.

Le produzioni evidenziano, che molti anni prima del 2012, all’epoca ancora studentessa, avesse partecipato ad alcune selezioni, peraltro non con continuità come attestato dalla sua stessa documentazione.

Viene pertanto escluso che gli interventi estetici, sebbene eseguiti in maniera errata, abbiano inciso in misura del tutto peculiare sulla condizione di vita, ovvero sulla concezione di sé rapportata al mondo esterno, al punto tale da modificarne lo stile di vita, le modalità di rapporto con la realtà circostante, o, addirittura, la stessa autostima, nulla avendo allegato, né tanto meno dedotto la donna con riferimento a eventuali cambi di vita e di relazioni in epoca successiva agli interventi in contestazione.

Vi è anche da considerare, sottolinea la Corte, che al momento degli interventi l’attrice dichiarava di essere studentessa.

Anche la ulteriore circostanza, secondo cui “gli errori posti in essere avrebbero inciso sullo stesso modo di rapportarsi con gli uomini, avendole creato situazioni di grave imbarazzo, non ha trovato alcuna conferma in atti.

Ed ancora, la donna, in epoca successiva ai due interventi pubblicava proprie immagini sul social facebook , prodotte in atti, rappresentanti la sua figura in costume da bagno, secondo modalità indicative di un verosimile sereno rapporto con il proprio corpo come in esse rappresentato.

Riguardo all’invocato danno estetico, rileva la Corte come anche sul punto sia mancata qualsivoglia prova.

L’appello viene integralmente rigettato, con conferma della sentenza di primo grado, e la donna viene condannata al pagamento delle spese di lite liquidate in euro 9.515,00 (oltre spese e accessori) nei confronti della Struttura e del Medico, ed eguale importo di euro 9.515,00 (oltre spese e accessori) nei confronti della Compagnia assicuratrice.

Avv. Emanuela Foligno

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