Il pericolo di reiterazione del reato, attraverso telefono e computer, impone la custodia cautelare in carcere per reati connessi all’attività sul dark web

Confermata la custodia in carcere per tre soggetti, che operavano nel dark web su una piattaforma dedita alla vendita di armi e stupefacenti e hanno rifiutato di fornire agli inquirenti le loro credenziali di accesso. Così ha stabilito l’ordinanza n. 18465/2020 della Cassazione.

E’ stato impossibile comminare loro delle misure cautelari meno afflittive che non sarebbero state sufficienti a scongiurare il pericolo di reiterazione del reato.

Nel caso di specie gli imputati erano accusati di aver gestito, in concorso tra loro, un market on line di sostanze stupefacenti, dati finanziari sottratti, documenti di identità e armi.

Con l’utilizzo di questa piattaforma hanno realizzato una serie di reati, tutti aggravati dalla caratteristica della trasnazionalità. 

Il tribunale del riesame aveva respinto la richiesta di commutare la custodia cautelare in carcere in una misura meno afflittiva. Gli imputati proponevano quindi ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte premette che “l’identità del piano criminoso perseguito è idonea a determinare lo spostamento della competenza per connessione, sia per materia, sia per territorio, solo se l’episodio o glii episodi in continuazione riguardino lo stesso o se sono più d’uno- gli stessi imputati, giacchè l’interesse di un imputato alla trattazione unitaria dei fatti in continuazione non può pregiudicare quello del coimputato a non essere sottratto al giudice naturale secondo le regole ordinarie della competenza. E nel caso di specie non vi è dubbio che gli episodi da porre eventualmente in continuazione non riguardano i medesimi indagati”.

Quanto alla richiesta di una misura meno afflittiva la Cassazione scrive: “Il Tribunale ha ritenuto che una misura meno afflittiva non sarebbe stata idonea a preservare dal pericolo di reiterazione di analoghe condotte criminose, tenuto conto, di come la piattaforma sia ancora attiva e che i ricorrenti dotati di specifiche competenze informatiche non abbiano voluto rivelare le credenziali di  accesso alla piattaforma che quindi potrebbero continuare ad utilizzare anche in regimi di arresti domiciliari mediante computer o anche smartphone, strumenti facilmente reperibili anche in ambiente domestico”.

                                                                              Avv. Claudia Poscia

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Foto compromettenti, chiedere soldi per impedirne la divulgazione è reato

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui