Respinto il ricorso di un dipendente che chiedeva di essere risarcito per il demansionamento subito dall’azienda datrice

Il lavoratore può essere adibito, per motivate esigenze aziendali, anche a compiti inferiori, se marginali rispetto a quelli propri del suo livello. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 22668/2020 pronunciandosi sul ricorso di un lavoratore che aveva agito in giudizio contro la società datrice chiedendo la declaratoria dell’obbligo per quest’ultima di adibirlo esclusivamente alle mansioni di sua competenza quale “operatore di scambi cabina” e non, come la stessa Società aveva disposto, con apposito ordine di servizio, a quelle, inferiori e quindi dequalificanti, precedentemente svolte di “operatore di manutenzione”. L’uomo chiedeva, inoltre, che gli venisse corrisposta la retribuzione prevista contrattualmente per la qualifica di appartenenza, ivi comprese le somme arretrate non corrisposte dalla data di maturazione del diritto, oltre “all’accertamento dell’illegittimità nonché del carattere persecutorio e vessatorio del comportamento dell’azienda concretatisi nel demansionamento” e, a fronte del rifiuto da lui opposto a tale impiego, “nella reiterata irrogazione di sanzioni disciplinare”. Il tutto con la conseguente configurabilità di mobbing, incidente in senso pregiudizievole sul suo stato di salute psico-fisico, da cui la richiesta di della Società al risarcimento del danno biologico, professionale, esistenziale e morale, da liquidarsi anche in via equitativa.

I Giudici del merito avevano rigettato le pretese dell’attore.

La Corte territoriale, in particolare, aveva ritenuto legittimo l’impiego del lavoratore in mansioni inferiori a quelle proprie della qualifica di appartenenza dovendo ammettersi una tale flessibilità, “tenuto conto del ridotto periodo di tempo di adibizione ad esse, in assoluto e nell’arco della singola giornata lavorativa”.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il ricorrente lamentava la non conformità a diritto della pronunzia del Collegio territoriale “per essere l’impiego promiscuo del ricorrente in compiti propri della qualifica inferiore in precedenza rivestita escluso sul piano legislativo e contrattuale”; deduceva conseguentemente “l’illegittimità del disconoscimento dell’idoneità lesiva dell’integrità psico-fisica del lavoratore della condotta della Società, viceversa qualificabile come mobbing e fonte di danno risarcibile”.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto infondata la doglianza proposta.

Perla Cassazione, infatti, “la flessibilità data dall’impiego del lavoratore in mansioni promiscue si rivela di per sé legittima, mentre non trova ostacolo nella disciplina contrattuale di settore”, la cui interpretazione in termini di legittimazione della “flessibilità in uso” fatta propria dalla Corte territoriale (in quanto autorizzata da precedenti accordi collettivi pur dichiarati superati) non risultava adeguatamente confutata dal ricorrente, conseguendone, “l’inconfigurabilità nella specie di condotte illegittime della Società idonee a fondare pretese risarcitorie”.

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