Confermata in Cassazione la penale responsabilità di un facchino accusato di essersi impossessato del denaro scomparso dalla cassaforte di una camera d’albergo

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 12552/2020 si è pronunciata sul ricorso presentato dal dipendente di un hotel, con le mansioni di facchino, accusato di essersi impossessato del denaro scomparso dalla cassaforte di una stanza dell’albergo (1.300 euro).

In particolare accertata, in base alle prove testimoniali, la diversa regolazione degli orologi dei dispositivi installati in albergo (impianto di video sorveglianza, sistema di apertura della porta della stanza, memoria interna della cassaforte) e riallineati gli orari di accesso nella stanza e di apertura della cassaforte, i Giudici del merito avevano appurato la perfetta concomitanza tra gli orari di accesso del lavoratore nella stanza (ammesso dal medesimo lavoratore per motivi di servizio) e l’apertura della cassaforte, non giustificata da alcuna necessità legata alle mansioni da svolgere.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente sosteneva come il ragionamento presuntivo della Corte di merito non si basasse su fatti noti non essendovi prova certa della avvenuta sottrazione delle banconote dalla cassaforte della stanza, dello sfasamento degli orologi dei diversi dispositivi installati in albergo, della disponibilità da parte sua della chiave meccanica per l’apertura della cassaforte, della compatibilità con l’accusa dei ridotti tempi di permanenza del medesimo nella stanza. Deduceva, nello specifico, la falsa applicazione dell’art. 2727 del codice civile, che consente di ritenere provato un fatto ignoto solo attraverso un fatto noto, che è tale se riconosciuto o non contestato da tutte le parti processuali, oppure ritenuto già provato o, ancora, riconducibile alle nozioni di fatto rientranti nella comune esperienza, rilevando il difetto nel caso di specie di tali requisiti.

I Giudici Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto infondato il motivo del ricorso.

La Cassazione ha specificato che, come recita l’art. 2727 c.c., le presunzioni sono le conseguenze che la legge (presunzioni legali) o il giudice (presunzioni semplici o giudiziali) trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignoto. Ciò premesso, nella giurisprudenza di legittimità si è più volte sottolineato come, nel dedurre dal fatto noto quello ignoto, il giudice di merito incontri il solo limite del principio di probabilità. Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l’unica conseguenza possibile, secondo un criterio di necessità assoluta ed esclusiva, ma è sufficiente che l’inferenza del fatto noto da quello ignoto sia effettuata in base ad un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza basate sull’id quod plerumque accidit

Nel caso esaminato, la Corte di merito aveva affermato la attribuibilità al ricorrente del denaro scomparso dalla cassaforte della stanza sulla base di una serie di fatti e circostanze note, nel senso di accertate e provate nel processo, secondo una valutazione di merito non sindacabile in sede di legittimità. La sottrazione del denaro era stata affermata in base alla denuncia presentata dai clienti occupanti la stanza, da cui risultava il difetto di funzionamento della cassaforte digitale constatato dalla direzione la mattina stessa; le prove testimoniali, documentali e di videoregistrazione avevano consentito di ricostruire l’orario esatto di apertura della porta della stanza  e della cassaforte e la sovrapponibilità di tali orari agli ingressi nella medesima stanza da parte dell’imputato (e di nessun altro dipendente o cliente). Altre prove testimoniali avevano consentito poi di ricostruire che la chiave meccanica di apertura della cassaforte era facilmente duplicabile presso qualsiasi ferramenta, che non era voluminosa ed era quindi facilmente occultabile.

Lo stesso dipendente aveva riferito di avere avuto a disposizione tale chiave in più occasioni e di averla utilizzata una decina di volte nella sua carriera.

Da questi fatti noti in quanto accertati, la Corte territoriale aveva desunto, secondo un rigoroso ragionamento presuntivo conforme alle massime di esperienza, la prova del fatto ignoto, cioè della attribuibilità al lavoratore della apertura della cassaforte (previa disponibilità di una chiave meccanica) e del prelievo delle somme ive depositate, compiuti nel brevissimo lasso di tempo in cui l’uomo si era certamente e pacificamente recato nella stanza d’albergo.

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