Accolto il ricorso di un giovane, accusato di detenzione di cocaina, per la mancanza del canone fondamentale per l’affermazione della responsabilità penale: il superamento di ogni dubbio ragionevole

Era stato condannato in sede di merito per  detenzione di cocaina. La sostanza stupefacente (9,75 grammi) era stata rinvenuta, a seguito di perquisizione domiciliare, all’interno di una scatola, in un cassetto della scrivania della stanza da letto dell’imputato, nel quale vi era pure un altro contenitore con tracce di hashish. In sede di convalida del suo arresto, l’uomo aveva riferito di averla pagata settecento euro, attingendo ai suoi risparmi.

La Corte di appello, così come il giudice di primo grado, aveva desunto la destinazione a terzi di quello stupefacente dalla quantità, dalla detenzione anche di sostanza di tipo differente e dalla inverosimiglianza della versione difensiva, in ragione delle inadeguate condizioni economiche familiari dell’imputato (disoccupato e figlio di un’impiegata con reddito modesto) e del fatto ch’egli non fosse consumatore abituale.

Nel ricorrere per cassazione l’imputato denunciava la manifesta illogicità di tale motivazione e l’insufficienza degli elementi ivi valorizzati al fine di sostenere un giudizio di colpevolezza che superasse la soglia del dubbio ragionevole.

Nello specifico, l’impugnante – all’epoca ventiseienne, incensurato e figlio unico di un’impiegata pubblica con un reddito documentato di circa 1.500 euro mensili – evidenziava che la sostanza era stata rinvenuta su indicazione dello stesso indagato; era custodita in un unico involucro e non suddivisa in dosi; non era stata sottoposta ad indagine tossicologica, sicché ne era ignota la quantità di principio attivo. Inoltre, non erano stati rinvenuti né strumenti per il frazionamento e confezionamento né denaro.

A suo giudizio, infine, era insignificante la detenzione di sostanze di specie diversa (una delle quali, peraltro, in quantità inapprezzabile), essendone frequente il consumo di entrambi i tipi da parte di uno stesso soggetto.

Per la Suprema Corte, che si è pronunciata sul caso con la sentenza n. 13155/2020, il motivo di ricorso è fondato. Il ricorrente sollecitava una valutazione sul rispetto del canone fondamentale per l’affermazione della responsabilità penale, previsto dall’art. 533 c.p.p., comma 1: il superamento di ogni dubbio ragionevole. Tale regola di giudizio consente di pronunciare sentenza di condanna, a condizione che il dato probatorio acquisito lasci fuori soltanto ricostruzioni alternative costituenti eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, ma la cui effettiva realizzazione, nella fattispecie concreta, risulti priva del benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell’ordine naturale delle cose e della normale razionalità. Ciò implica che, in caso di prospettazione di un’alternativa ricostruzione dei fatti, siano individuati gli elementi di conferma dell’ipotesi accusatoria e sia motivatamente esclusa la plausibilità della tesi difensiva.

La sentenza impugnata, secondo gli Ermellini, non aveva fatto corretta applicazione di tali principi. Gli elementi da essa valorizzati, infatti, non risultavano muniti di significativa valenza indiziante. Le tracce della disponibilità, da parte dell’imputato, di sostanza stupefacente di altro tipo, rispetto a quella rinvenuta in suo possesso, non permettevano di stabilirne la quantità, in ipotesi anche molto modesta, né consentivano di collocare nel tempo tale detenzione ulteriore.

Le disponibilità economiche di costui erano state reputate insufficienti, ma non erano state oggetto di alcuna verifica né risultavano manifestamente inconciliabili con il costo da lui asseritamente sopportato per l’acquisto.

La qualità di consumatore “abituale” o meno è nozione vaga e, nello specifico, esclusa sulla base di un’inferenza priva di qualsiasi validità scientifica, avendo la Corte di merito valorizzato, a tal fine, soltanto il fatto che l’imputato, a suo stesso dire, avesse interrotto l’assunzione di tali sostanze di propria volontà e senza ausilii esterni.

Di contro, la quantità di sostanza (pari a meno di dieci grammi lordi), il mancato rinvenimento, nella disponibilità del ricorrente, di strumenti funzionali al frazionamento ed al confezionamento in dosi al consumo, ed il lineare comportamento da lui tenuto in occasione della perquisizione domiciliare subita, risultavano ampiamente compatibili con una detenzione di cocaina ad uso personale.

In conclusione, la debolezza rappresentativa dei risultati probatori valorizzati in sentenza, combinata con l’indiscussa presenza di elementi idonei a sostenere un’ipotesi alternativa plausibile, non poteva che condurre ad un giudizio complessivo di manifesta illogicità del discorso giustificativo posto a fondamento della decisione impugnata e, pertanto, all’annullamento della stessa.

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