È stato reintegrato il dipendente licenziato perché durante la propria assenza dal lavoro per malattia era stato sorpreso ad aiutare la moglie nel suo negozio

La vicenda

La Corte d’Appello di Napoli aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato da un S.r.l. a socio unico ad un proprio dipendente, e ordinato la reintegra dello stesso nel posto di lavoro, condannando la predetta società al pagamento di sei mensilità dall’ultima retribuzione globale di fatto pari a 1.641,70 euro oltre al versamento delle contribuzioni dovute.

Il licenziamento era stato intimato sulla base di una contestazione che addebitava al lavoratore comportamenti tali da attestare, in relazione al periodo 22/24 novembre 2016, la simulazione del proprio stato di malattia o quanto meno atti idonei a ritardare la guarigione.

Tuttavia, la Corte di merito aveva osservato come le risultanze istruttorie non confermassero né la simulazione dello stato di malattia da parte del lavoratore né l’adozione di comportamenti tali da aggravarne le condizioni di salute o quantomeno porne in pericolo o ritardo la guarigione e, quindi, il rientro al lavoro; inoltre, aveva escluso, a differenza di quanto ritenuto dal giudice di primo grado, che configurasse violazione degli obblighi di buona fede e correttezza contrattuale la circostanza che il dipendente collaborasse più o meno attivamente all’attività commerciale formalmente intestata a sua moglie, ulteriormente evidenziando la genericità del riferimento a tale attività nell’ambito della contestazione disciplinare.

L’illegittimità del licenziamento intimato al dipendente

In base a tali considerazioni, i giudici dell’appello avevano rilevato come la condotta posta in essere dal lavoratore fosse inidonea a dimostrare qualsiasi volontà di insubordinazione tale da compromettere il vincolo fiduciario; cosicché, rilevata la insussistenza di presupposti del recesso datoriale del quale era stata accertata l’oggettiva inesistenza giuridica e fattuale, avevano ritenuto spettasse la tutela reintegratoria oltre alla indennità risarcitoria commisurata a sei mensilità della retribuzione globale di fatto.

Per la Cassazione della sentenza la società datrice di lavoro aveva proposto ricorso lamentando tra gli altri motivi la decisione della corte di merito di aver ritenuto insussistente la giusta causa di licenziamento sul rilievo che il dipendente non avesse posto in essere comportamenti idonei a pregiudicare il rientro al lavoro.

Ma il motivo è stato dichiarato infondato. In tema di prestazione di attività esterna, a titolo gratuito od oneroso, da parte del dipendente assente per malattia, la giurisprudenza riconosce rilievo disciplinare non solo nell’ipotesi di simulazione della malattia ma anche nell’ipotesi in cui la ripresa lavorativa del lavoratore ammalato sia anche solo messa in pericolo dal comportamento imprudente dello stesso da valutarsi con giudizio ex ante (Cass. n. 21253/2012; Cass. n. 14046/2005).

La decisione

Tali principi – ha affermato il Supremo Collegio – non risultano applicabili alla concreta fattispecie in quanto la Corte di merito, con accertamento di fatto non incrinato dalla censure articolare dalla società ricorrente, aveva escluso che le ragioni di salute alla base delle assenza per malattie fossero simulate e che la condotta concretamente tenuta dal dipendente fosse idonea a pregiudicarne il rientro al lavoro.

Per queste ragioni, la Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, sentenza n. 11702/2020) ha rigettato il ricorso e confermato in via definitiva la decisione di merito.

Avv. Sabrina Caporale

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