La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di revoca dell’assegno di divorzio chiesto dall’ex coniuge, disoccupata per libera scelta 

La vicenda

Nel giudizio per la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio il tribunale di Verbania affidò all’ex marito i due figli, imponendo l’obbligo per quest’ultimo di corrispondere all’ex coniuge un assegno di divorzio pari a 200 euro mensili.

La Corte di appello revocò la concessione di tale assegno rilevando che la donna, precedentemente occupata come commessa in un supermercato, con reddito di circa 10.000 euro annui, si era licenziata per trasferirsi presso i genitori, rimanendo pertanto, priva di occupazione lavorativa. Ella era, tuttavia, ancora in giovane età e aveva dimostrato di avere piena capacità lavorativa; per tutte queste ragioni i giudici dell’appello esclusero la sussistenza di uno stato di bisogno effettivo che giustificasse il contributo al mantenimento da parte dell’ex coniuge. Detto in altri termini, la donna ben avrebbe potuto continuare a svolgere la sua attività lavorativa ed eventualmente cercarne, nel frattempo, una più redditizia o consona alle sue esigenze personali.

La pronuncia delle Sezioni Unite del 2018

Le Sezioni Unite del 2018 (Cass. civ. S.U. n. 18287 dell’11 luglio 2018) hanno ribadito che il riconoscimento dell’assegno di divorzio, in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale, ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della L. n. 898 del 1970, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Inoltre, la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi ed in particolare, al riconoscimento delle aspettative professionali sacrificate per dedicarsi alla cura della famiglia.

Nella specie, la Corte di appello aveva rilevato che l’impossibilità, semmai esistente, di procurarsi i mezzi adeguati di cui all’art. 5 citato, non dipendeva da incapacità lavorativa o da fattori esterni alla volontà del coniuge richiedente, ma dalla sua libera scelta di abbandonare l’occupazione lavorativa che le assicurava un reddito fisso.

La decisione

Non era neppure emerso, in base alle deduzioni difensive e probatorie allegate al giudizio, che quest’ultima avesse fornito un particolare contributo alla formazione del patrimonio familiare e alla cura della famiglia ovvero un sacrificio delle sue aspettative lavorative in funzione delle esigenze familiari.

Di qui la decisione di revocare l’assegno divorzile che i giudici della Sesta Sezione Civile della Cassazione (ordinanza n. 26594/2019) hanno inteso confermare perché conforme all’art. 5 della legge n. 898/1970 come interpretato dalla recente giurisprudenza delle Sezioni Unite.

La redazione giuridica

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