Donna incinta morta a Catania, nessun legame con obiezione di coscienza

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Consegnata la relazione preliminare degli ispettori del Ministero della Salute: evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza

“Dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento ‘obiezione di coscienza’. E’ quanto emerge dalla relazione preliminare redatta dagli ispettori del Ministero della Salute sulla morte di una paziente di 32 anni presso l’Ospedale Cannizzaro di Catania.

La donna, al quinto mese di gravidanza e in attesa di due gemellini, era ricoverata in Ospedale da fine settembre in quanto la sua era considerata una gravidanza a rischio, ed è tragicamente deceduta lo scorso 16 ottobre, dopo aver dato alla luce i feti privi di vita. Il legale della famiglia aveva presentato un esposto in cui si sosteneva che il medico di turno presso il reparto non era intervenuto, in quanto obiettore di coscienza,  al momento in cui uno dei due feti aveva presentato difficoltà respiratorie. Circostanza che secondo i parenti avrebbe contribuito ad aggravare il quadro clinico della paziente portandola al decesso, a causa di un’infezione propagatasi in tutto il corpo.

In attesa della relazione definitiva, prevista entro 30 giorni, la task force inviata in Sicilia dal Ministro Beatrice Lorenzin, ha elaborato una relazione preliminare che è stata resa nota dal dicastero di Lungotevere Ripa. Secondo gli ispettori la paziente era in trattamento adeguato per le condizioni di rischio dal momento del ricovero.

In base alla ricostruzione dei fatti il 15 ottobre, alle ore 12.00 circa, la donna presenta un picco febbrile a 39°C con conseguente somministrazione di antipiretici e ripresa immediata di terapia antibiotica. Dalle prime valutazioni cliniche e dal monitoraggio dei parametri vitali non viene evidenziato alcun dato anomalo, se non – alle ore 16.00 circa- un iniziale abbassamento della pressione arteriosa.

Gli accertamenti ematici evidenziano, in modo crescente dall’inizio alla fine, “una situazione compatibile con un quadro settico e una coagulopatia da consumo, con progressiva anemizzazione e progressivo calo dei valori pressori”.  Alle 23.20, in sala parto, la paziente espelle il primo feto. Alle 24.00 viene iniziata infusione con ossitocina, in coerenza con la necessità clinica di indurre l’espulsione del secondo feto, che avviene alle ore 1.40 del 16 ottobre.

La donna viene poi portata in sala operatoria , per le procedure di secondamento chirurgico e di revisione della cavità uterina in anestesia, completate alle 2.10, nel corso delle quali si osservano perdite ematiche, tanto da indurre un tamponamento vaginale e, successivamente un tamponamento della cavità uterina; vengono inoltre somministrati farmaci appropriati.

Tuttavia le condizioni generali della paziente tendono al peggioramento; la signora viene intubata ed assistita sul piano ventilatorio. Viene trasferita in rianimazione dove, alle ore 13.45, nonostante il massimo livello assistenziale ed un transitorio miglioramento delle condizioni generali, sopraggiunge il decesso.

I parenti sarebbero stati sempre informati e sostenuti dall’intera equipe degli ostetrici e degli anestesisti. Per gli uomini del Ministero, in conclusione, “si è trattato di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza”.

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