Asl condannata in appello a risarcire una donna sottoposta nel 2007 a una agobiopsia da cui era derivato un ematoma epatico ed emoperitoneo

L’Azienda ospedaliera di Udine dovrà versare a una donna circa 98 mila euro a titolo di risarcimento per le gravi conseguenze fisiche e psicologiche conseguenti a un ematoma epatico causato da una agobiopsia eseguita nell’ospedale del capoluogo. Lo ha stabilito la Corte di appello di Trieste a quasi 13 anni di distanza dal fatto, riconoscendo la responsabilità professionale del personale sanitario che condusse l’intervento.

La donna, accusando persistenti dolori all’addome, si era rivolta nel 2007 al reparto di Chirurgia del nosocomio friulano.

I medici – come ricostruisce UdineToday – sospettando la presenza di un epatocarcinoma fibrolamellare, avrebbero quindi deciso di sottoporla a un’agobiopsia epatica della lesione, con deviazione dell’ago durante il primo tentativo.

Dimessa dopo alcune ore, la donna, a distanza di pochi giorni sarebbe stata costretta a ripresentarsi in ospedale dove, in seguito a una visita effettuata presso il reparto di chirurgia, le sarebbe stato diagnosticato un “ematoma epatico ed emoperitoneo”, risultato “secondario a biopsia epatica”.

La paziente sarebbe poi rimasta ricoverata per tre settimane, costretta a sottoporsi a più interventi chirurgici di pulizia e svuotamento dell’ematoma, finendo per alcuni giorni anche in Terapia Intensiva. Dopo le dimissioni, tuttavia, avrebbe continuato ad avvertire dolori persistenti alla zona addominale, con forti ripercussioni psicologiche e sui suoi progetti di vita. Da li la decisione di agire nei confronti dell’Azienda sanitaria per ottenere il ristoro delle sofferenze fisiche e morali patite.

Dopo il fallimento di composizione della controversia in via stragiudiziale la vicenda è approdata in Tribunale.

In primo grado, il Giudice aveva rigettato le istanze della donna. Ma nelle scorse ore la decisione è stata ribaltata dalla Corte territoriale, sulla base di una nuova consulenza medico legale da cui sarebbero emerse “concrete criticità in relazione alla procedura bioptica, pur effettuata con guida ecografica e non a mano libera”. In particolare i comportamenti omissivi degli operatori sanitari, rappresentati dalla “non documentata effettuazione della ecografia post-operatoria” e dalla “non documentata effettuazione del monitoraggio” avrebbero ritardato l’individuazione delle complicanze che, se tempestivamente rilevate, avrebbero quantomeno limitato il danno.

Il perito, inoltre, avrebbe sottolineato come la metodica dell’esame in questione, in assenza di complicazioni, richieda “una temporanea degenza di almeno 6 ore”, mentre nel caso esaminato ne erano state disposte appena tre. Da li l’accoglimento dell’appello e il riconoscimento della responsabilità della Asl con conseguente condanna al risarcimento.

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