La donna, morta per uno shock settico nel dicembre del 2002, sarebbe stata vittima di una serie di errori, dalla fase diagnostica al trattamento post operatorio

Quattro milioni di euro. E’ il risarcimento, confermato in sede di appello, che Asl e medici dovranno versare agli eredi di una paziente morta per uno shock settico all’ospedale dell’Aquila.

La vicenda, riportata dal Messaggero, risale al dicembre del 2002. La donna si era recata in Pronto soccorso la notte del 19 accusando forti dolori addominali. Dopo essere stata visitata era stata dimessa con una diagnosi di dismenorrea. Il giorno successivo, tuttavia, al persistere dei dolori, si era rivolta al proprio ginecologo che aveva rilevato, con un esame ecografico,  la presenza di una cisti liquida.

Nonostante la prescrizione di alcuni antidolorifici il malessere non si era attenuato, così la signora il 21 era tornata in ospedale. In quella circostanza era stata ricoverata d’urgenza con una diagnosi di addome acuto e sottoposta ad un intervento chirurgico.

L’indomani le era stato riscontrato uno shock settico ed era stata trasferita in rianimazione, dove il 23 era sopraggiunto il decesso.

Secondo il Giudice di secondo grado – riferisce sempre il Messaggero –  la dottoressa che visitò la paziente in occasione del primo accesso in Pronto soccorso avrebbe “formulato una frettolosa e imprudente diagnosi di dismenorrea, omettendo sia di annotare in cartella i dati clinici rilevati, sia di effettuare una più prolungata osservazione della paziente ed esami diagnostici”.

Il ginecologo, della donna, poi, avrebbe interpretato erroneamente l’ecografia addominale, “individuando una cisti ovarica poi rivelatasi assente e non l’occlusione intestinale e, di conseguenza, consigliando il ricovero ma non il regime d’urgenza”.

L’anestesista dell’intervento, inoltre, “nonostante lo stato della paziente evidenziasse una condizione di sepsi (infezione batterica sistemica) in via di aggravamento”, avrebbe prescritto “un trattamento farmacologico antibiotico inadeguato, non avviando immediatamente la paziente al reparto di terapia intensiva”.

Infine i chirurghi, che eseguirono correttamente l’operazione, non avrebbero seguito con attenzione il decorso post-operatorio, “sottovalutando i dati clinici della donna, che indicavano l’evoluzione dello stato settico, omettendo di adeguare la terapia e di disporre un più tempestivo trasferimento nel reparto di terapia intensiva”.

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