Sulla scia di un processo penale che ha visto la condanna di uno psichiatra per il suicidio di una donna di 37 anni, l’Asp di Caltanissetta dovrà versare circa 850 mila euro ai familiari

Si lanciò dal balcone della sua abitazione di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, pochi mesi dopo aver dato alla luce una bambina. La donna, 37 anni, soffriva da anni di problemi psichici ai quali, dopo la nascita della secondogenita, si era aggiunta una depressione post partum. Era il 2 settembre del 2009. Il caso -come riportato da Repubblica – venne archiviato come tragedia familiare, ma il marito, ritenendo che quel suicidio potesse essere evitato, avviò una battaglia legale che ha portato, nelle scorse ore, alla condanna dell’Azienda sanitaria provinciale a risarcire i familiari.  

Il giorno della disgrazia, infatti, l’uomo aveva visto la moglie bere un intero flacone di un forte sedativo.  L’aveva quindi subito portata dallo psichiatra che l’aveva in cura, riferendogli l’accaduto. Lo specialista, tuttavia, secondo l’ipotesi accusatoria, non aveva ritenuto necessario alcun ricovero né tantomeno aveva disposto alcun accertamento.

Dopo poche ore la donna si era lanciata nel vuoto dal quarto piano.

Il medico, processato in sede penale, è stato condannato a quattro mesi per omicidio colposo. Il procedimento a suo carico si è concluso in Cassazione nel 2017.

In sede civile l’Asp di Caltanissetta, ha ritenuto di continuare l’iter giudiziario, sebbene, secondo i legali della famiglia la responsabilità della struttura fosse già evidente e il nuovo rito, quindi, potesse essere evitato. A conclusione del procedimento, il Giudice monocratico del capoluogo di provincia siciliano ha dunque disposto il versamento, a favore del marito e dei due figli della donna, di una cifra pari a circa 850 mila euro, che tiene conto anche dei legami affettivi recisi dal suicidio.

Secondo i consulenti del tribunale civile – come riferisce Repubblica –  “la mancanza di un adeguato periodo e modo di osservazione della paziente hanno giocato un ruolo fondamentale nella vicenda”. In particolare, a detta dei consulenti, i giusti trattamenti avrebbero evitato il gesto della 37enne e avrebbero permesso di identificare “e neutralizzare con cure idonee i potenziali rischi clinici connessi”.

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