In caso di patologie contratte a seguito di emotrasfusioni, il Ministero è responsabile dei danni subiti dal paziente, anche se il contagio risale a prima del 1978, data di scoperta del virus

Nel febbraio del 2015 i congiunti di una donna, morta cinque anni prima a causa delle emotrasfusioni praticate alla stessa in una struttura ospedaliera di Torino nel 1970, citarono in giudizio il Ministero della Salute al fine di sentirne dichiarare la responsabilità ed ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti.

Nel corso del giudizio fu accertato, grazie alla consulenza d’ufficio medico-legale, il nesso di causalità certo tra le emotrasfusioni e la patologia epatica da HCV contratta dalla donna; circostanza, peraltro, mai contestata dalla parte convenuta.

Le uniche giustificazioni che il Ministero poté avanzare per contrastare l’imputabilità dell’evento lesivo ad una propria condotta (nella specie, di tipo omissivo) si fondavano sul principio ad impossibilia nemo tenetur, in forza del quale nessuna responsabilità potrebbe addebitarsi allo stesso per i casi di contagio avvenuti prima della scoperta degli specifici virus (1978), trattandosi di eventi non prevedibili e dovuti a causa di forza maggiore o a caso fortuito.

Ebbene, il Tribunale di Catania (sentenza n. 4614/2019) ha evidenziato che secondo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità: “In caso di patologie da infezioni da virus HbV, HIV e HCV, contratte a seguito di emotrasfusioni o di somministrazione di emoderivati, non sussistono eventi autonomi e diversi ma solo manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo, sicché anche prima dell’anno 1978, in cui il virus dell’epatite B fu definitivamente identificato in sede scientifica, con conseguente scoperta dei mezzi di prevedibilità delle relative infezioni, è configurabile la responsabilità del Ministero della salute per l’omissione dei controlli in materia di raccolta e distribuzione del sangue per uso terapeutico e sull’idoneità dello stesso ad essere oggetto di emotrasfusioni, già consentiti dalle conoscenze mediche e dai dati scientifici del tempo” (Cass. civ., Sez. Un., 4 febbraio 2016, n. 2232; Cass. civ., sez. III, 13 luglio 2018, n. 18520; Cass. civ., sez. III, 29 settembre 2017, n. 22832).

In particolare, “a parte la considerazione che anche l’evoluzione nel tempo del virus costituisce fenomeno in realtà non imprevedibile né (come poi confermato dai fatti) inevitabile”, è stato osservato che alla suindicata attività di vigilanza e controllo nell’interesse pubblico, il Ministero della salute (già della sanità) era già tenuto in virtù degli obblighi di fonte codicistica, prima ancora che in adempimento degli obblighi specifici posti da una pluralità di fonti normative speciali risalenti addirittura al 1958. Ed infatti, già la L. n. 296 del 1958, art. 1 attribuiva al Ministero il compito di provvedere alla tutela della salute pubblica, di sovrintendere ai servizi sanitari svolti dalle amministrazioni autonome dello Stato e dagli enti pubblici, provvedendo anche al relativo coordinamento, nonché ad emanare, per la tutela della salute pubblica, istruzioni obbligatorie per tutte le amministrazioni pubbliche che provvedono a servizi sanitari (cfr. al riguardo, da ultimo, Cass., 23/1/2014, n. 1355; Cass., 29/8/2011, n. 17685; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 581).

La responsabilità del Ministero della Salute

A tale stregua – ha affermato il giudice del capoluogo siciliano – “la trasmissione del virus resa possibile dalla condotta colposa di chi tale evenienza era chiamata ad impedire” fa sì che allo stesso (Ministero) sia causalmente ascrivibile la malattia che da quel virus ne era derivata, “costituendo tale evento l’integrazione del rischio specifico che la regola violata tendeva proprio ad evitare; sicché il responsabile deve considerarsi tenuto a rispondere di tutte le conseguenze che dalla sua condotta – commissiva od omissiva – derivino”; laddove i criteri della prevedibilità ed evitabilità, “possono assumere rilievo solo ai fini della qualificazione in termini di colposità o meno della condotta nello specifico caso concreto posta in essere dal soggetto tenuto a mantenerla”.

Detto in altri termini, il Ministero della salute era tenuto a controllare che il sangue utilizzato per le emotrasfusioni fosse esente da virus e che i donatori non presentassero alterazione delle transaminasi, in adempimento di obblighi specifici posti dalle fonti normative speciali più sopra indicate (Cass., 29/8/2011, n. 17685; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 581; Cass., 27/4/2011, n. 9404; Cass., 29/8/2011, n. 17685; Cass., 23/1/2014, n. 1355; Cass., 12/12/2014, n. 26152; Cass., 4/2/2016, n. 2232; Cass., 31/10/2017, n. 25989).

Il concorso di causa della determinazione dell’evento

Ebbene, quanto al caso in esame, in base alle risultanze peritali, la responsabilità del Ministero per la morte della paziente è stata circoscritta ad una percentuale del 25%. Il CTU aveva infatti evidenziato che: “la (..)  riesacerbazione di epatite cronica C era da considerare concausa preesistente, efficiente e determinante, del decesso della paziente, conseguente ad altra causa diretta ed immediata (…)”.

A tal proposito, il giudice ha sottolineato che “qualora la produzione di un evento dannoso, quale la morte di un soggetto, sia riconducibile, sotto il profilo eziologico, a più concause, il giudice deve procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause, onde attribuire all’autore della condotta dannosa la parte di responsabilità correlativa, così da lasciare a carico del danneggiato il peso del danno alla cui produzione ha concorso a determinare il suo stato personale (Cass. 16 gennaio 2009 n. 975)”.

Il risarcimento per la perdita del rapporto parentale

Ebbene alla luce di tali considerazioni, l’adito Tribunale ha ritenuto certamente esistente il diritto di ciascuno degli eredi (figli) della paziente al risarcimento dei danni non patrimoniali per la perdita del rapporto parentale patiti a seguito della morte della madre, sia iure proprio che in qualità di eredi del padre (anch’esso nel frattempo deceduto).

Secondo l’insegnamento della Suprema Corte “il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l’interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli art. 2, 29 e 30 cost. Trattasi di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043 c.c., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell’art. 2059 c.c., vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato” (Cass. Sez. III, 31 maggio 2003, n. 8828).

La liquidazione del danno agli eredi

Per la liquidazione del danno, il Tribunale ha fatto ricorso alle note tabelle milanesi, quantificando il risarcimento nella misura di euro 75.000,00 ciascuno, di cui euro 50.000,00 per la perdita del proprio rapporto parentale ed euro 25.000,00 per la perdita del rapporto parentale subita dal padre.

Avv. Sabrina Caporale

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