Sopraggiunta encefalopatia postanossica da arresto cardiocicolatorio in corso di intervento di blefaroplastica e successivo decesso: viene risarcito oltre un milione di euro

Il marito, il figlio, la madre e la sorella di una donna deceduta dopo avere eseguito un intervento di blefaroplastica citano in giudizio  (Tribunale Milano, sez. I, sentenza n. 6786 del 29 ottobre 2020, Giudice dottoressa Massari), il Centro Medico milanese e tre Medici per vedere declarata la loro responsabilità per colpa.

La donna si recava presso il Centro Medico per sottoporsi a intervento di blefaroplastica bilaterale. La paziente segnalava di soffrire di disturbi allergici e i due Chirurghi si rivolgevano ad un Medico anestesista, chiedendogli di assistere all’intervento in caso di necessità.

Prima dell’inizio dell’intervento, alla paziente veniva consegnato il modulo del consenso informato al trattamento nel quale era indicato che l’intervento sarebbe stato eseguito in anestesia locale con sedazione.  

Non veniva consegnato nessun consenso alle pratiche anestesiologiche.

Nel corso dell’intervento la donna entrava in stato di coma e veniva trasferita d’urgenza all’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, dove veniva dichiarata la morte cerebrale con diagnosi di “encefalopatia postanossica da arresto cardiocircolatorio durante procedura di blefaroplastica”.

Nella stessa giornata il marito della paziente presentava denuncia orale presso il Commissariato di P.S.  affinché venissero perseguiti i responsabili del decesso.

Il 13.01.2017 veniva emessa dal GIP sentenza di condanna nei confronti dei tre medici per il decesso della donna per aver somministrato, e permesso che venissero somministrati,  farmaci sedativi per uso anestesiologico in una struttura non autorizzata e non adeguatamente attrezzata per l’esecuzione di interventi in anestesia totale.

Tale condanna veniva anche confermata in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano.

In particolare, veniva accertato in tale sede che il decesso della paziente interveniva per la somministrazione nel corso dell’intervento di blefaroplastica dei farmaci sedativi : Midazolam e Propofol (introdotti nel Centro Medico dall’anestesista).

Tali farmaci non potevano essere somministrati in quanto il Centro Medico non era autorizzato, né aveva le dotazioni, per l’esecuzione di interventi in anestesia totale.

I 3  Medici, inoltre, non verificavano  la presenza nella sala operatoria di tutti i dispositivi di sicurezza e dei presidi di emergenza di base, risultati non presenti in loco.

Nel corso del procedimento, preliminarmente, in Giudice suggeriva alle parti una definizione transattiva mediante la corresponsione di euro 300.000,00 al marito, euro 400.000,00 al figlio, euro 400.000,00 alla sorella ed euro 100.000,00 alla madre, oltre le spese di giudizio.

Tale proposta non veniva coltivata.

Il Tribunale, preliminarmente, dà atto che le valutazioni contenute nella sentenza penale di condanna dei 3 Medici, e la CTU espletata su incarico della Procura della Repubblica, costituiscono un valido supporto tecnico ai fini della decisione e sono pienamente condivisibili.

I fatti penali, oltretutto, sono incontrovertibili in quanto anche la Corte di Cassazione,  con sentenza n. 52499/2018, ha avallato l’orientamento assunto dai Giudici di primo e secondo grado, rigettando integralmente il ricorso presentato dai Medici .

In sostanza, la CTU resa nel procedimento penale ha concluso che: ” il decesso è stato causato da una insufficienza respiratoria e cardiocircolatoria acuta conseguente ad uno stato di depressione respiratoria e bradicardia causate da somministrazione di farmaci sedativi per uso anestesiologico (Midolazam e soprattutto Propofol) durante la procedura di blefaroplastica effettuata il 6.05.2015”.

L’anestesista ha utilizzato un dosaggio non conforme alle linee guida e farmaci non previsti per l’intervento e, comunque, di esclusivo uso ospedaliero in una struttura del tutto inadeguata.

I 2 Chirurghi -afferma il Tribunale-, non possono essere considerati esenti da responsabilità di  fronte a mancanze grossolane ed inaccettabili compiute dall’Anestesista, in quanto non gli hanno impedito  di mettere in atto condotte difformi dalla buona pratica clinica e non hanno fatto nulla per interrompere l’operazione.

Per tali ragioni,  viene affermata la responsabilità solidale dei 3 Medici in quanto hanno preso decisioni collegiali, hanno operato tutti la paziente, e sono tutti responsabili in egual misura.

Secondo il Tribunale, le valutazioni e le conclusioni delle sentenze penali di condanna di primo e secondo grado, della sentenza definitiva emessa dalla Suprema Corte e della CTU, consentono di ritenere accertata la responsabilità dei tre Medici convenuti e del Centro Medico per la condotta colposa posta in essere nell’esecuzione della prestazione resa in favore della paziente.

Difatti, il lavoro di equipe -ricorda il Tribunale-, non esonera ciascun componente dal controllare l’operato e gli errori altrui che siano evidenti e non settoriali, “sicché rientra tra gli obblighi di ogni singolo componente di una equipe chirurgica, sia esso in posizione sovra o sotto ordinata, anche quello di prendere visione, prima dell’operazione, della cartella clinica contenente tutti i dati per verificare la necessità di adottare particolari precauzioni imposte dalla specifica condizione del paziente ed eventualmente segnalare, anche senza particolari formalità, il suo motivato dissenso rispetto alle scelte chirurgiche effettuate ed alla scelta stessa di procedere all’operazione, potendo solo in tal caso esimersi dalla concorrente responsabilità dei membri dell’equipe nell’inadempimento della prestazione sanitaria”.

I congiunti della donna hanno dunque diritto  al risarcimento del danno da perdita parentale da parte di tutti i convenuti,  in proporzione ai concreti rapporti con la paziente deceduta, alla maggiore o minore prossimità del legame parentale, alla qualità dei legami affettivi, alla convivenza o meno, all’età della vittima e a quella dei familiari danneggiati e alla personalità individuale di costoro.

Al marito della vittima viene liquidato l’importo di euro 250.000,00; al figlio viene liquidato l’importo di euro 330.000,00, alla madre la somma di euro 330.000,00 e alla sorella la somma di euro 100.000,00.

Inoltre al marito e al figlio della vittima viene riconosciuto il danno patrimoniale da lucro cessante derivante dal venir meno del contributo al mantenimento da parte della moglie e madre.

La vittima era infermiera con un contratto a tempo indeterminato e percepiva un reddito annuo lordo di euro 22.885,00, e gli attori hanno prodotto le buste paga e i CUD della donna relativi ai due anni antecedenti il decesso  dai quali risulta che gli stessi sono indicati come familiari a carico.

La liquidazione di tale voce di danno, costituita dalla perdita dei benefici economici che la vittima primaria destinava ai familiari conviventi non economicamente indipendenti, viene effettuata in via equitativa e prudenziale.

Richiamando l’Ordinanza n.6619/2018 della Suprema Corte, il Tribunale  liquida il danno patrimoniale da lucro cessante, patito dal marito e dal figlio, in forma di capitale.

Nello specifico viene determinato il reddito netto della vittima al momento del decesso, da cui viene detratta la quota presumibilmente destinata ai bisogni personali della vittima, addivenendosi all’importo di euro 215.000,00 in favore del marito e di euro 45.000,00 in favore del figlio.

Avv. Emanuela Foligno

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