La patologia risulta sicuramente aggravata e confermata dalla documentazione per un danno biologico del 10% con decorrenza dalla data della domanda amministrativa (Tribunale di Terni, Sez. Lavoro, sentenza n. 25/2021 del 20 gennaio 2021)

Il lavoratore cita a giudizio l’Inail deducendo di aver svolto dal 2000 al 2013 l’attività di operaio edile e di operaio presso un negozio di frutta dal 2013 al 2016 e di aver contratto a causa dell’attività lavorativa l’ernia discale riconosciuta dall’Inail nel 2019 di natura professionale con conseguente invalidità permanente nella percentuale del 6%.

Il lavoratore sostiene l’erroneità da parte dell’Istituto della valutazione del 6% ed invoca il riconoscimento di una inabilità permanente nella misura del 14%.

La causa viene istruita con CTU Medico-Legale al cui esito il Tribunale ritiene la domanda fondata.

Preliminarmente il Giudice da atto che la rendita per inabilità permanente è una prestazione previdenziale gravante sull’Inail ai sensi dell’art. 66 DPR 1124/65 e che deve essere corrisposta quando un infortunio, o una malattia professionale, abbiano determinato il venir meno, totale o parziale, dell’attitudine al lavoro in misura comunque superiore al 10%.

A seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 38/ 2000 la costituzione della rendita per inabilità permanente parziale derivante da postumi di infortunio sul lavoro o malattia professionale viene liquidata con modalità e criteri diversi da quelli stabiliti in precedenza dal predetto art.74 che, come corretto dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 93 del 24.05.1977, richiedeva che l’attitudine al lavoro fosse diminuita nella misura minima dell’11%.

Secondo le nuove disposizioni normative, quindi, gli infortuni sul lavoro e/o le malattie professionali comportano la liquidazione di un indennizzo per danno biologico in somma capitale per le lesioni pari o superiori al 6% ed inferiori al 16%; mentre per le menomazioni incidenti in misura pari o superiore al 16% è prevista una rendita – sostitutiva, di quella di cui all’ art. 74 – ripartita in due quote, la prima secondo il danno biologico subito e la seconda per le conseguenze di natura patrimoniale.

Ciò posto, l’Inail in via amministrativa riconosceva al lavoratore un grado di invalidità del 6% quale conseguenza della malattia professionale costituita da “Rachide lombosacrale e ernia discale L4 – L5 a moderata espressione disfunzionale”.

Dalla CTU è emerso che il lavoratore è affetto da: “spondiloartrosi osteofica con ernia discale L4 -L5 con radicolopatia da L3 ad S1”.

Ad avviso del Consulente, “stante la storia lavorativa dell’istante e tenuto conto dell’età anagrafica, unitamente alla genesi multifattoriale della patologia, la quantificazione in termini di invalidità permanente biologica come valutata dall’Inail deve ritenersi riduttiva in quanto gli attuali accertamenti peritali hanno evidenziato la presenza di un complesso patologico di discreta rilevanza clinico – funzionale, già evidenziato dai sanitari dell’Inail, ma sicuramente aggravato dalle risultanze della visita del 22.07 u.s. e confermato dalla documentazione in atti cui consegue un danno biologico del 10% con decorrenza dalla data della domanda amministrativa.”

Il Tribunale evidenzia che la relazione del CTU è da condividersi e non sussistono motivi per disattenderne le conclusioni, stante anche la non contestazione delle parti alle conclusioni rassegnate dal Consulente.

Conseguentemente la domanda del lavoratore viene accolta e l’Inail viene condannato al pagamento della prestazione dovuta in indennizzo in capitale ai sensi dell’ art. 13, 2° co. lett. a) D.Lgs. n. 38 del 2000 , in relazione alla percentuale di danno biologico accertato nella misura del 10%.

L’Inail viene anche condannato a rimborsare al ricorrente le spese di lite, liquidate in complessivi euro 1.500,00 oltre spese forfettarie e oneri e accessori di legge.

Avv. Emanuela Foligno

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