L’errata diagnosi di una patologia elide il consenso prestato dal paziente all’intervento chirurgico reputato necessario dal medico, qualora da esso sia derivato un peggioramento delle condizioni di salute

L’errata diagnosi

Un paziente aveva citato in giudizio un’Azienda Sanitaria Locale chiedendone la condanna al risarcimento dei danni conseguiti ad un intervento chirurgico dal quale erano derivati esiti invalidanti permanenti.

Recatosi al Pronto Soccorso dell’ospedale con dolori addominali associati a vomito e diarrea veniva sottoposto ad esame radiologico e, successivamente a laparotomia esplorativa, risultata poi negativa. I sanitari avevano infatti erroneamente interpretato l’esame radiologico come indicativo di sospetto pneumoperitoneo.

A causa dell’inutile intervento il paziente aveva sviluppato laparocele in sede di cicatrice chirurgica che aveva peggiorato il suo pregresso disturbo dell’adattamento sociale e relazionale, diagnosticatogli nel 2006.

Un mese dopo la notifica dell’atto di citazione l’Azienda Sanitaria provvedeva a corrispondergli la somma risarcitoria di € 27.000,00 chiedendo il rigetto di ogni sua ulteriore pretesa.

All’esito del giudizio di primo grado, istruito documentalmente e con CTU medica, il Tribunale di Bolzano rigettava la domanda attorea, ritenendo che il danno dallo stesso subito fosse stato interamente risarcito per effetto del pagamento avvenuto ante causam e, da lui accettato nel corso del giudizio.

La vicenda è così giunta dinanzi alla Corte d’appello di Trento (n. 40/2020), chiamata a pronunciarsi non tanto sulla responsabilità della Azienda Sanitaria per il danno riportato dall’appellante a causa dell’inutile intervento chirurgico cui era stato sottoposto, quanto piuttosto in ordine alla congruità del risarcimento liquidato in primo grado.

In particolare, il ricorrente aveva lamentato l’errore commesso dal Tribunale per aver escluso la sussistenza della violazione del consenso informato con conseguente rigetto della domanda volta ad ottenere il ristoro dell’arrecata lesione del suo diritto all’autodeterminazione. Ad avviso dell’appellante, la violazione del diritto fondamentale del paziente di aderire consapevolmente al trattamento sanitario proposto dal medico non può essere esclusa, come invece aveva ritenuto il primo giudice, per il solo fatto che questi abbia assentito per iscritto all’atto medico.

La fondatezza (in astratto) della censura – ha affermato l’adita corte d’appello – deriva da una recente sentenza della Cassazione che ha affermato il seguente principio (n. 4030/2013):

“L’errata diagnosi di una patologia elide il consenso prestato dal paziente all’intervento chirurgico reputato necessario dal medico in conseguenza della patologia riscontrata e a seguito del quale sia derivato il peggioramento delle condizioni di salute del paziente”.

Tuttavia, nel caso in esame, la mera violazione del consenso informato lamentata dal ricorrente è stata ritenuta immeritevole di riparazione per le seguenti considerazioni.

Secondo la giurisprudenza di legittimità (n. 28985/2019): “in tema di attività medico chirurgica, la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione, rinvenibile quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subìto un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute. Pertanto, nell’ipotesi di omissione od inadeguatezza diagnostica che non abbia cagionato danno alla salute ma che abbia impedito l’accesso ad altri più accurati accertamenti, la lesione del diritto all’autodeterminazione sarà risarcibile ove siano derivate conseguenze dannose di natura non patrimoniale, quali sofferenze soggettive e limitazione della libertà di disporre di se stessi, salva la possibilità della prova contraria”.

La lesione del diritto all’autodeterminazione per errata diagnosi

Ne deriva, dunque, che la lesione del diritto all’autodeterminazione non configura un danno risarcibile “in re ipsa”, derivante cioè esclusivamente dall’omessa informazione del paziente, il quale deve pertanto fornire la prova di tutti i pregiudizi sofferti oltre alla menomazione della salute, avvalendosi di ogni mezzo, ivi compresi il notorio, le massime di esperienza e le presunzioni.

Il paziente deve, in altre parole, indicare quali siano state in concreto le menomazioni diverse dal danno alla salute derivate dalla violazione del suo diritto fondamentale all’autodeterminazione e sempre che si tratti di pregiudizi che “superino la soglia minima di tollerabilità imposta dai doveri di solidarietà sociale e non siano futili, ovvero consistenti in meri disagi e fastidi” (Cassazione. n. 20885/2018)

Ebbene, nel caso in esame, l’appellante non aveva allegato quali pregiudizi fossero in concreto conseguiti alla violazione del diritto alla corretta informazione. La doglianza è stata, perciò, rigettata.

Il danno psichico

Parimenti è stata ritenuta priva di pregio la censura relativa all’omesso risarcimento del danno psichico conseguente alla lesione cicatriziale ed al fatto che tale circostanza avesse inciso sull’attività di pugile amatoriale dallo stesso praticata.

A tal proposito il giudice di primo grado aveva fatto proprie le conclusioni del consulente tecnico, il quale aveva escluso la sussistenza di un vero disturbo posttraumatico da stress; e ciò in quanto, “il danno medicalmente accertato nella sua componente psichica si [era] verificato perché l’errato intervento chirurgico [aveva] compromesso un soggetto già affetto da un preesistente disturbo dell’adattamento”.

In altre parole, secondo il CTU “un soggetto altrimenti sano”, non avrebbe riportato alcun pregiudizio psichico.

La particolarità del caso in esame era, dunque, data dalle concause del danno psichico: a) la preesistente compromissione dell’adattamento sociale e relazionale del paziente; b) l’errato intervento chirurgico.

La decisione

Dell’interazione di esse era derivata una percentuale d’invalidità permanente pari al 5%, riconosciuta a titolo di danno psichico differenziale. “La misura standard del risarcimento, ottenuta applicando il coefficiente tabellare a tale percentuale, non può essere aumentata in ragione della componente dinamico-relazionale del danno perché nel caso di specie non sono state dimostrate menomazioni del tutto anomale o eccezionali.

Non può ritenersi tale, infatti, l’abbandono del pugilato amatoriale che, secondo l’appellante, è stato determinato dal fatto che egli “non si trovava a proprio agio in palestra dove doveva indossare abbigliamento sportivo e non poteva nascondere la bruttissima cicatrice di ben 23 cm che gli deturpava l’addome

Con queste affermazioni, la Corte d’appello ha rigettato il ricorso e confermato la decisione di primo grado.

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

IL DIRITTO AL CONSENSO INFORMATO COMPRENDE ANCHE L’ATTIVITA’ DIAGNOSTICA

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui