Essere presenti in maniera significativa nella vita del proprio figlio non comporta l’applicazione di una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore in quanto l’esercizio del diritto deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e nel rispetto di entrambi i genitori

Lo ha, di recente, affermato la Corte di Cassazione (Cass. ordinanza n. 31902/2018) in un giudizio che ancora una volta vedeva due genitori separati contendersi il proprio figlio minore e il diritto ad esercitare in maniera eguale la loro genitorialità.

Ma, come spesso accade in questi casi, ci si dimentica che i figli non sono di proprietà di nessuno, né tanto meno dei genitori e che ciò che va salvaguardato, più di ogni altra cosa, è l’interesse superiore del minore. Ne deriva che, nelle cause che hanno ad oggetto questioni familiari attinenti al diritto di esercitare la propria genitorialità sui figli, il giudice non deve essere considerato come un impositore che, dall’alto, applica delle regole matematiche sui tempi di frequentazione col minore.

Il caso

Nella vicenda in esame, il ricorrente impugnava la sentenza con la quale i giudici di merito modificavano la regolamentazione del diritto di vista già disposto in primo grado, riducendo così il pernotto infrasettimanale della  figlia presso la propria abitazione.

Sul piano del diritto ne eccepiva la violazione della legge in punto di principio di parità tra i genitori.

Ebbene, la Cassazione, a tal proposito, ricorda che il “principio di bigenitorialità si traduce nel diritto di ciascun genitore ad essere presente in maniera significativa nella vita del figlio nel reciproco interesse, ma ciò non comporta l’applicazione di una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore in quanto l’esercizio del diritto deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e dell’altro genitore, giacché

In tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione.” (Cass. n. 18817 del 23/09/2015).

Il provvedimento di affido ai Servizi Sociali

Nello stesso procedimento, il ricorrente aveva altresì contestato la decisione dei giudici di merito, laddove avevano disposto l’affido della minore ai servizi sociali. Il ricorrente formulava la sua doglianza sul presupposto che il provvedimento in questione fosse da lui ritenuto definitivo, perché privo della previsione di un termine di scadenza.

Anche quest’ultimo assunto non è condiviso dai giudici Ermellini.

Ma l’occasione è propizia per fornire ulteriori chiarimenti in materia.

Il provvedimento con cui è disposto l’affidamento ai servizi sociali, rientra nel novero dei cd “provvedimenti convenienti” per l’interesse del minore, ai sensi dell’art. 333 cod. civ. che l’autorità giudiziaria assume, al fine di superare la condotta pregiudizievole di uno o entrambi i genitori tale da non dar luogo ad una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale; esso ha natura di atto di giurisdizione non contenziosa ed è privo di carattere definitivo, in quanto revocabile e reclamabile, sia per il disposto speciale di cui al comma 2 della disposizione menzionata che stabilisce “Tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento”, sia secondo le regole generali degli artt. 739 e 742 cod. proc. civ. (Cass. n. 18149 del 10/07/2018, n. 22568 del 04/11/2015, n. 11756 del 14/05/2010), cosicché nel caso in esame, la previsione di un termine risultava non necessaria in quanto il provvedimento poteva essere riesaminato in qualsiasi momento.

 

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