La responsabilità per l’infortunio del lavoratore, che aveva riportato una invalidità al 100%, era riconducibile, in solido, alle ditte convenute (Corte d’Appello di Palermo, Sez. Lavoro, Sentenza n. 452/2021 del 14/07/2021)

Con sentenza n. 691/2019 emessa il 24.05.2019 il Tribunale di Agrigento accogliendo il ricorso, depositato il 2.08.2012, ha dichiarato che in data 03.05.2010 il lavoratore ha riportato lesioni gravi per infortunio sul lavoro, denunciato dal datore di lavoro, con responsabilità solidale delle altre ditte convenute; con imputazione del danno biologico riportato in seguito a tale infortunio, in misura imputabile per il 43% alle ditte convenute; – previa applicazione dell ‘art 1227 c.c. dichiara che nulla spetta all’attore, a titolo di danno c.d. differenziale, essendo le somme quantificate e corrisposte dall’INAIL a titolo di danno biologico, sufficienti.

I ricorrenti convenivano in giudizio le tre Società esponendo:

– che il lavoratore, assunto – a decorrere dal 26.02.2010 – con la mansione di saldatore, ma presso il cantiere di lavoro sito in Bagheria, in data 03.05.2010, alle ore 08:00, mentre svolgeva la propria attività lavorativa, presso un’area sita in Favara c.da Ramalia, in cui era operante un cantiere di altra Società, era salito su una struttura amovibile ed era caduto bruscamente a terra, subendo un gravissimo trauma cranio-toracico e fratture varie, con successivo ricovero presso l”U.O. di neurochirurgia dell”Azienda Ospedaliera di Caltanissetta, ove dopo diversi giorni, era stato operato, per l’insorgenza di encefalite con iperpiressia;

– che la responsabilità per l’infortunio del lavoratore, che aveva riportato una invalidità al 100%, era riconducibile, in solido, alle ditte convenute;

– che il datore di lavoro aveva presentato denuncia di infortunio all’Inail, e che sussisteva, quindi, il diritto dei ricorrenti, per responsabilità dei convenuti, al risarcimento del danno patrimoniale cd “differenziale”.

Una delle società convenute, eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva, chiede la chiamata in causa dell’azienda sanitaria provinciale di Caltanissetta, deducendo che, il lavoratore, con estremo ritardo e colpa dei sanitari, veniva sottoposto ad “intervento neurochirurgico”.

Nel corso del giudizio, il Giudice disponeva la separazione della domanda proposta iure proprio dal lavoratore, da quella avanzata dai congiunti, e la separazione della domanda proposta dalla Società nei confronti dell’ASP di Caltanissetta – nel frattempo costituitasi in giudizio, su autorizzazione del Giudice, deducendo la correttezza dell’operato dei medici.

Nel merito, il Giudice di primo grado, riteneva che l’infortunio occorso fosse imputabile alla violazione di norme antinfortunistiche, ad opera del datore di lavoro, della società utilizzatrice e proprietaria del cantiere in cui si è verificato l’infortunio, e della società proprietaria dell’area in cui lo stesso si è verificato.

Il Tribunale, inoltre, ha escluso che si sia trattato di un comportamento abnorme in quanto avvenuto in orario e nell’ambito di attività finalizzata al compimento dell’opera lavorativa ed è giunto ad affermare – sulla scorta della CTU – che il danno biologico pari al 100% – fosse riconducibile esclusivamente agli esiti dell’infortunio sul lavoro (escludendo, quindi, la responsabilità ascrivibile a colpa medica), fosse del 43% e che l’importo quantificato a titolo di c.d. “differenziale” dovesse ridursi del 20% per il concorso di colpa del danneggiato, così pervenendo ad un importo inferiore rispetto a quello già liquidato dall”Inail.

In sostanza, gli appellanti lamentano

  • l’omessa applicazione del principio di solidarietà che lega i coautori del fatto dannoso, sancito dall”art.2055 c.c. e rivendica, quindi, il risarcimento del danno biologico nell’intera misura del 100% – oltre che del danno morale, esistenziale, emergente – per spese mediche, da lucro cessante e perdita di chance – per la perdita della capacità lavorativa;
  • l’attribuzione del concorso di colpa pari al 20%, non essendo rimproverabile al lavoratore alcun comportamento imprudente o imperito, a suo dire neppure provato e contraddetto dalla medesima documentazione esaminata dal tribunale;
  • in subordine, la limitazione della responsabilità delle ditte convenute alla sola misura del 43%, senza riconoscere al lavoratore gli ulteriori danni sofferti e richiesti. (danno morale, esistenziale, emergente, da lucro cessante, danno emergente) e senza procedere alla detrazione proporzionale (43%) del valore capitale della rendita di inabilità calcolata dall’INAIL; sostiene che, invece, il Tribunale avrebbe dovuto procedere alla decurtazione del valore capitale della rendita suddividendo ed “imputando” il 43 % alle ditte convenute e il 57% alla ASP di Caltanissetta; che, dunque, se per un grado di invalidità del 100% valore capitale della rendita è pari ad euro 402.338,54, per una quota di grado di invalidità del 43% l’importo capitale della rendita INAIL da detrarre doveva essere pari al 43% di euro 402 .338,54, e quindi euro 173.005,57; con la conseguente erroneità dei calcoli eseguiti dal primo Giudice che ha sostenuto che nulla può liquidarsi a titolo di danno differenziale essendo l’importo liquidato dall’INAIL , per danno biologico, di euro 402.338,5 4, ed essendo detto importo superiore ad euro 373.000,00 pari al danno prodottosi ed imputabile alle ditte convenute.

La Corte d’Appello esamina in prima battuta, ritenendole fondate, le doglianze dell’appello incidentale, che assorbono ogni altra questione in ordine alla misura del ristoro.

Il datore di lavoro, in sostanza, contesta:

  • l’errata estromissione dell’ASP, (ed in relazione ad essa fa istanza preliminare di rimessione al primo Giudice ex art. 354 c.p.c.);
  • il valore non confessorio della denuncia di infortunio;
  • l’errata ricostruzione dei fatti e l’ errata valutazione giuridica degli stessi in merito alla conformazione dei luoghi;
  • l’omessa o incompleta valutazione delle prove testimoniali in ordine alle modalità di accesso ai luoghi del sinistro, all’omessa valutazione di una delle testimonianze, che reputa decisiva;
  • l’assenza di responsabilità datoriale sussistendo il c.d. “rischio elettivo”;
  • l’assenza di comportamenti rimproverabili al datore di lavoro e di violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro;
  • in linea subordinata si duole della percentuale di danno biologico risarcibile (in quanto ascrivibile alla sola caduta, che chiede di ridurre alla misura del 20% ) e del concorso di colpa ex art. 1227 c.c. (che chiede di ricondurre ad almeno il 50%).

In primis viene chiarito che non sussiste litisconsorzio necessario con l’Asp di Agrigento, atteso che per la condotta colposa dei sanitari, fatto diverso e sopravvenuto all’incidente sul lavoro (rispetto al quale non è ravvisabile alcuna solidarietà ai fini del risarcimento del danno), il Tribunale ha già disposto la separazione della domanda di garanzia proposta nei confronti dell’Asp di Caltanissetta, ed ha, quindi, dato mandato al CTU di determinare, distintamente, la percentuale di danno biologico conseguito agli esiti dell’infortunio e l’aggravamento ascrivibile a responsabilità medica.

Il Tribunale ha tratto la dinamica dell’infortunio attraverso l’esame del verbale di contravvenzione redatto dal Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Agrigento e dai rilievi fotografici allegati alla relazione dei Carabinieri.

Dal che, il primo Giudice ha dedotto le proprie conclusioni che, tuttavia, risultano viziate da un travisamento dei fatti, dei luoghi e delle risultanze della prova orale, che hanno condotto all’affermazione della indistinta responsabilità di tutte le società convenute, senza individuare in alcun modo a quale titolo ed in violazione di quale norma sia avvenuta tale imputazione.

Innanzitutto, evidenzia la Corte, nessuna delle tre società convenute risulta proprietaria dell’area in questione e nella lettura delle prove testimoniali è stata omessa la valutazione di due testi che hanno rappresentato una diversa ricostruzione dell’accaduto.

E’ risultato difatti:

  • che il giorno dell’infortunio uno dei lavoratori si trovava in macchina con l’infortunato;
  • che la società aveva predisposto presso il deposito il cavo elettrico da portare presso il cantiere di Bagheria;
  • che fu per dimenticanza del collega dell’infortunato che il lunedì i lavoratori erano partiti senza il cavo;
  • che i due dipendenti non avevano mai lavorato in Contrada Ramalia, ma solo presso il cantiere di Bagheria;
  • che fu una scelta di entrambi quella di recarsi presso la centrale di Contrada Ramalia, per risparmiare tempo e contando sulla propria amicizia con altri operai;
  • che la società non era stata informata della decisione dei due lavoratori;
  • che fu detto loro di attendere nello spiazzale dopo l’identificazione al cancello;
  • che fu una loro autonoma decisione quella di non attendere il capo squadra dove gli era stato detto di aspettare;
  • che fu loro la decisione di addentrarsi nella centrale alla ricerca del cavo;
  • che fu loro la decisione di salire con una scala su una cabina elettrica per disancorare il cavo dopo avere inutilmente tentato di tirarlo dal basso;
  • che mai in precedenza si erano recati in contrada Ramalia a Favara e che lì non dovevano svolgere alcuna attività lavorativa;
  • che non avevano avvertito nessuno dell’azienda della loro intenzione di recarsi in contrada Ramalia a prendere il cavo e che per prassi aziendale il materiale si ritirava presso la sede della società.

Ebbene, tutto ciò esclude che possa asserirsi che i due lavoratori sarebbero stati incaricati dalla società di svolgere la loro prestazione presso il sito in cui è avvenuto l’evento, o che stessero eseguendo lavori per conto del datore, risultando, invece, l’attività estranea alle mansioni loro affidate, sicché l’evento non può dirsi casualmente riconducibile alla responsabilità della società datrice.

Sulla dinamica del sinistro, in realtà il teste, confermando quanto già sinteticamente e spontaneamente riferito agli ufficiali di P.G. addetti al servizio di prevenzione, il 3 maggio 2016 ha più dettagliatamente riferito: “Arrivati lì provammo da giù a tirare il cavo per farlo cadere ma non veniva giù, probabilmente perché impigliato da qualche ostacolo; poiché vi era una scala nelle vicinanze l’abbiamo appoggiata al dislivello e siamo saliti entrambi sopra sul tetto. Io sul tetto feci alcuni passi dall’altro lato per cercare di disincagliare il cavo e mentre ero chinato per sbrogliare il filo, ho sentito il rumore di un tonfo e delle urla. Non ho visto il momento in cui il collega è caduto giù, poiché era dall’altro lato rispetto alla mia posizione; mi sono girato e non l’ ho più visto sul tetto. Con la scala sono sceso giù ed ho visto che e ra dolorante ed ho capito che la cosa era grave. Si toccava lo stomaco ed era dolorante. Io ho corso giù per chiamare aiuto. Poi arrivò l’ambulanza e lo portò via; per me fu una giornata traumatica che ancora ricordo come un incubo. La scala era lì vicina, la prendemmo ed usammo. Era una scala normale di alluminio, alta circa credo 3.50 m. Io l’ultima volta che ho visto l’infortunato, lui con i suoi piedi era già sopra il tetto in grado di camminare sullo stesso . Io sono ridisceso dalla scala dalla quale ero salito e la scala si trovava ancora nello stesso posto. Io non fui in grado di chiedere al collega cosa fosse successo e neanche lui era in grado di rispondere poiché si lamentava ed io sconvolto andai a cercare aiuto”.

Ciò posto, la Corte ritiene che non siano emersi elementi idonei ad una precisa ricostruzione delle modalità e delle cause del sinistro.

L’unico soggetto presente ha affermato che non è stata la scala a cadere (in quanto la scala che avevano deciso di utilizzare si trovava nello stesso punto in cui l’avevano appoggiata, anche dopo la caduta dell’infortunato e che lo stesso era salito autonomamente sino in cima alla struttura perdendo poi l’equilibrio per ragioni sconosciute allo stesso testimone, che dichiara di avere solo udito il tonfo senza assistere alla caduta del collega.

Ergo, non è possibile attribuire al datore di lavoro la responsabilità per un evento di cui non si è in grado di individuare né la causa, né la dinamica. Il Tribunale, invece, pur avendo correttamente indicato il perimetro concettuale del rischio elettivo, non ne ha tuttavia rinvenuto gli elementi, nel caso concreto, nonostante il comportamento del lavoratore fosse totalmente avulso dal processo produttivo e dalle mansioni assegnategli oltre che abnorme rispetto alle stesse e tale, quindi, da rendere impossibile al datore di lavoro porre in essere misure di prevenzione e/o di protezione finalizzate a ridurre il rischio di infortunio.

E’ vero, quindi, che le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l’insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a favorire il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso.

Conseguentemente, il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, tuttavia, l’imprenditore è, altresì, esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità e esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute , come pure dell’atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell’evento.

In applicazione di tali principi, viene esclusa ogni responsabilità del datore di lavoro, in quanto il contegno del lavoratore, non solo negligente ma anche abnorme ed esorbitante dal processo produttivo, ha determinato l’interruzione del nesso di causalità tra l’infortunio e l’occasione lavorativa.

Oltretutto, nella sentenza impugnata non vi è alcun riferimento alla norma antinfortunistica infranta, quale presidio normativo specifico sarebbe stato violato né, naturale conseguenza, quale comportamento alternativo il datore avrebbe dovuto tenere al fine di scongiurare l’evento dannoso.

Si tratta, invece, di ipotesi in cui il lavoratore, pur essendosi arbitrariamente introdotto in altro sito estraneo al cantiere datoriale, stava eseguendo, in maniera imprudente e poco diligente, le mansioni assegnategli, permanendo, dunque, il dovere di controllo dell’imprenditore sulla corretta esecuzione della prestazione con modalità esenti da rischi per l’incolumità personale.

L’accoglimento dell’appello incidentale assorbe i motivi di doglianza principale inerenti alla misura del risarcimento del danno e del concorso di colpa del danneggiato, che presuppongono l’imputabilità al datore di lavoro della condotta lesiva.

Conclusivamente, in riforma della sentenza impugnata, a domanda degli attori proposta in primo grado viene integralmente respinta.

L’appellante viene condannato al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio in favore degli appellati, liquidate in euro 7.500,00 per il primo, ed euro4.700,00 per il secondo.

Avv. Emanuela Foligno

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