Dopo le gravi accuse rivolte contro i servizi sociali di una città piemontese, il Procuratore della Repubblica ha aperto un fascicolo per diffamazione a carico di una donna, vicepresidente di una associazione a tutela dei minori e disposto il sequestro preventivo del sito internet attraverso il quale si erano perpetrate le condotte

La vicenda

La vicenda trae origine dall’esposto-querela presentato dal sindaco della predetta città nei confronti dell’imputata, risultante la vicepresidente di una associazione a tutela dei minori.
Sul sito internet della predetta associazione erano apparsi numerosi articoli contenenti accuse gravissime nei confronti dei Servizi Sociali e della struttura comunale assistenziale nella quale era stato collocato, a seguito della separazione coniugale, il figlio della donna.
Ebbene, già il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torino, accogliendo la richiesta del P.M., aveva disposto il sequestro preventivo del predetto sito ritenendo configurabile il fumus commissi delicti del reato di diffamazione nonché le esigenze cautelari.
Negli articoli, l’imputata aveva dichiarato espressamente che il minore non veniva curato né dal punto di vista sanitario né igienico e che fosse vittima di violenze. Pesanti attacchi anche al responsabile dell’area minori e disabili dei Servizi sociali perché avevano impedito al piccolo di parlare la sua lingua e di professarne la fede religiosa; dunque, pesanti accuse di violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
L’imputata aveva, finanche, promosso una petizione on line attraverso altro sito e ulteriori attacchi erano stati portati avanti tramite il profilo Fabebook, usando espressioni come “mafioso” e affermato che “certi dipendenti del Comune avevano portato l’arbitrarietà e la corruzione”; e molto altro ancora.
A causa delle pesanti accuse rivolte dalla donna, l’immagine dell’intera Città ne era stata fortemente pregiudicata, sia per la raggiungibilità da parte di una vasta platea di utenti sia per la correlazione tra i fatti e le funzioni esercitate dai funzionari specificamente accusati.
La Cassazione è intervenuta al riguardo, fornendo importanti chiarimenti in ordine alla continenza e al reato di diffamazione.
La denuncia pure astrattamente rilevante in termini di interesse pubblico alla notizia dei fatti riportati, per i giudici della Cassazione –superava ampiamente il limite della c.d. continenza, trascendendo in attacchi personali.

Critica o cronaca?

È bene ricordare che il diritto di “critica”, quale espressione della libera manifestazione del pensiero, sebbene ormai ammessa dall’elaborazione giurisprudenziale, trova dei limiti rinvenibili direttamente nella Costituzione. Si tratta della tutela dei diritti inviolabili, di cui all’art. 2 Cost., onde non è consentito attribuire ad altri fatti non veri, venendo a mancare, in tale evenienza, la finalizzazione critica dell’espressione, né trasmodare nella invettiva gratuita, salvo che la offesa sia necessaria e funzionale alla costruzione del giudizio critico. (Sez. 5 n. 37397 del 24/06/2016).
A differenza della cronaca, del resoconto, della mera denunzia, la critica si concretizza nella manifestazione di un’opinione (di un giudizio valutativo).
È vero che essa presuppone, in ogni caso, un fatto che è assunto a oggetto o a spunto del discorso critico, ma il giudizio valutativo, in quanto tale, è diverso dal fatto da cui trae spunto e, a differenza di questo, non può pretendersi che sia “obiettivo” e neppure, in linea astratta, “vero” o “falso”.
La critica postula, in altre parole, fatti che la giustifichino; ma un conto sono le dichiarazioni di fatto altro sono i giudizi di valore, perché, se la materialità dei fatti può essere provata, l’esattezza dei secondi non sempre si presta ad essere dimostrata (Corte EDU, sent. del 1.7.1997 caso Oberschlick c/Austria par. 33).
In questo contesto gioca un ruolo fondamentale la continenza.
La continenza sostanziale, o “materiale”, attiene alla natura e alla latitudine dei fatti riferiti e delle opinioni espresse, in relazione all’interesse pubblico alla comunicazione o al diritto-dovere di denunzia. La continenza sostanziale ha, dunque, riguardo alla quantità e alla selezione dell’informazione in funzione del tipo di resoconto e dell’utilità/bisogno sociale a esso.
Nel caso in esame, il Tribunale aveva fatto uso corretto dei richiamati principi di diritto, evidenziando il travalicamento del limite della continenza dall’utilizzo di termini come “mafioso” e simili o accuse non documentate di maltrattamenti e violenze.

Il sequestro del sito internet

Cosi come pure correttamente, il Tribunale aveva ravvisato il pericolo della perpetuatio criminis derivante dalla libera disponibilità del sito web, quale ulteriore fattore di aggravamento delle conseguenze del reato, nonché di agevolazione della commissione di nuovi reati, vista la permanenza e accessibilità dei contenuti on line.
A tal riguardo ha richiamato i principi affermati dalle Sezioni Unite nella nota sentenza “Fazzo” che ammette “il sequestro preventivo di un intero sito web o di una singola pagina telematica, imponendo al fornitore dei servizi internet, anche in via di urgenza, di oscurare una risorsa elettronica o di impedire l’accesso agli utenti ai sensi del D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 70, artt. 14, 15 e 16, in quanto l’equiparazione dei dati informatici alle conseguenze in senso giuridico consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato” (Sez. U. n. 31022 del 20/01/215).

La redazione giuridica

 
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