Guida in stato di ebbrezza: è errata la sentenza della corte d’appello che si limiti ad attribuire certezza assoluta alla regola della curva di Widmark, senza illustrarne le fonti scientifiche e la sua validità al caso concreto

In parziale riforma della sentenza del Tribunale di Pordenone, la Corte di appello di Trieste, riduceva a sette mesi di arresto e duemilacento euro di ammenda la pena, condizionalmente sospesa, inflitta all’imputato, giudicato responsabile di guida in stato di ebbrezza, in conseguenza all’uso di bevande alcoliche con tasso alcolemico pari a 1,70 g/l alla prima prova e a 1,40 g/l alla seconda prova; con l’aggravante di aver provocato un incidente stradale.

La vicenda

Verso le ore 20, l’uomo nel sorpassare un ciclomotore, invadeva con la propria auto la corsia opposta, costringendo a una brusca manovra il conducente dell’auto proveniente dal senso opposto; rientrava così nella propria corsia ma perdeva il controllo del veicolo fuoriuscendo dalla carreggiata e capovolgendosi.

I carabinieri rilevavano nel conducente i sintomi esteriori dello stato di ebbrezza (alito fortemente vinoso, occhi lucidi e tono immotivatamente alto) e, pertanto, lo sottoponevano alle due prove con l’etilometro alle ore 21.30 e alle ore 21.43.

Il ricorso per Cassazione

La sentenza è impugnata con ricorso per Cassazione dall’imputato, a mezzo del proprio difensore di fiducia, il quale, tra gli altri motivi, ha dedotto la violazione di legge per errata qualificazione del fatto nel reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c) e comma 2-bis, anziché in quello previsto dalla lett. b) della medesima disposizione.

In altre parole, secondo il ricorrente i giudici di merito avevano ritenuto configurabile il reato più grave in applicazione della regola della curva di Widmark, secondo cui la concentrazione di alcool ha un andamento ascendente tra i venti e i sessanta minuti dall’assunzione, per poi avere un andamento decrescente dopo aver raggiunto il picco massimo di assorbimento.

Nel caso in esame, alla luce dell’esito della seconda prova, in applicazione del principio del favor rei, avrebbe, invece, dovuto ritenersi accertata la guida in stato di ebbrezza entro i limiti della prima fascia di rilevanza penale.

La curva di Widmark, tuttavia – ha aggiunto il ricorrente -, non costituisce una regola certa applicabile univocamente e in maniera oggettiva all’universalità dei soggetti, in quanto plurimi fattori soggettivi alterano l’assorbimento dell’alcool nell’organismo, che può essere influenzato dalla sensibilità individuale, dall’assuefazione, dall’ingestione delle sostanze alcoliche a stomaco pieno o a stomaco vuoto, dall’età, dalle condizioni fisiche e dall’uso cronico.

Erroneamente, dunque, la Corte territoriale aveva posto la regola in questione, assumendola come scientifica, ignorando le variabili, che influenzano l’assorbimento dell’alcool nel metabolismo.

L’imputato ha lamentato anche la mancata indicazione, nella motivazione della sentenza impugnata, “di un quadro sintomatologico tale da poter superare il dato concreto della misurazione e tale da ricondurre la condotta illecita in questione nell’alveo della fattispecie più grave”.

Anche in questo caso, la Corte di merito – ad avviso del ricorrente – aveva enunciato una regola, assumendola come scientifica, certa ed incontestabile senza l’apporto di un perito o, quantomeno, di un tecnico, in contrasto con le risultanze del test alcolimetrico.

La Quarta Sezione Penale della Cassazione (ordinanza n. 38382/2019) ha accolto il ricorso perché fondato.

Dopo aver premesso che compito della Suprema Corte non è quello di verificare la validità scientifica della legge di copertura, essendo il suo un controllo di legittimità avente ad oggetto la razionalità delle valutazioni espresse dal giudice di merito e la correttezza metodologica del suo approccio al sapere tecnico-scientifico, ha ribadito quanto già chiarito dalla stessa giurisprudenza di legittimità, affermando che “le tempistiche di assorbimento e di smaltimento delle sostanze alcoliche ingerite non costituiscono dati determinabili in astratto e validi per la generalità dei casi, ma, posto un andamento generale basato sulla nota “curva di Widmark” – secondo cui la concentrazione di alcol, in andamento crescente tra i 20 ed i 60 minuti dall’assunzione, assume un andamento decrescente dopo aver raggiunto il picco massimo di assorbimento in detto intervallo di tempo variano da soggetto a soggetto e dipendendo da numerosi fattori che sfuggono alla possibilità di astratta previsione (Sez. 4, n. 45211 del 13/09/2018).

Nella fattispecie in esame, la Corte territoriale aveva condannato l’imputato in relazione al reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c) e comma 2-bis, per guida di auto in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcoliche, attribuendo maggior rilievo all’accertamento con alcoltest di cui alla prima prova, pari a 1,7 g/l – superiore al limite soglia di 1,5 g/l previsto per tale disposizione incriminatrice – anziché al risultato della seconda prova, pari a 1,4 g/l, che, invece, se isolatamente considerato, è compreso nella “forbice” tra 0,8 g/l e 1,5 g/l prevista per il reato di minore gravità contemplato dall’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b).

La Corte di merito aveva osservato che, tenuto conto della regola di Widmark, la concentrazione di alcool, in andamento crescente tra i venti e i sessanta minuti dall’assunzione, assumesse un picco massimo di assorbimento durante tale intervallo di tempo, per cui i dati dei rilievi consentivano di configurare l’ipotesi criminosa più grave di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c) e comma 2-bis.

Ma in realtà per i giudici Ermellini la sentenza doveva essere annullata (con rinvio), posto che il giudice di merito non aveva fornito alcun elemento idoneo a verificare la correttezza metodologica del proprio approccio al sapere tecnico-scientifico e l’affidabilità delle informazioni utilizzate ai fini della spiegazione del fatto, limitandosi piuttosto ad attribuire certezza assoluta alla regola della curva di Widmark, senza illustrarne le fonti scientifiche e la sua validità alla luce delle plurime variabili del caso concreto.

Avv. Sabrina Caporale

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