Respinta la richiesta di risarcimento danni avanzata da una donna per la perdita del proprio convivente in un incidente mortale in autostrada

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17787/2020, si è pronunciata sul ricorso di una donna che si era vista respingere, in sede di merito, la richiesta di risarcimento dei danni subiti a seguito dell’incidente mortale in autostrada di cui era rimasto vittima il convivente.

La ricorrente sosteneva che l’uomo aveva perso il controllo del proprio mezzo, finendo fuori strada e aveva impattato contro la parte retrostante del guard-rail, le cui strutture avevano agito come una lama sulla fiancata sinistra del mezzo, ed era infine precipitato in una scarpata, rimanendo ucciso.

La responsabilità dell’accaduto era da ricondurre, secondo la donna, all’omessa installazione di una barriera protettiva ed alla pericolosità intrinseca del guard-rail.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte la donna eccepiva che la società Autostrade sarebbe responsabile in ordine alla regolare installazione delle barriere di protezione e che la Corte d’appello, non considerando la natura della responsabilità del custode, avrebbe invece dovuto tenere conto del fatto che non costituisce circostanza imprevedibile, lungo un’autostrada, quella che un conducente perda il controllo del mezzo.

Inoltre lamentava che la sentenza impugnata avrebbe dovuto accertare con maggiore approfondimento quale fosse la collocazione delle barriere esistenti e per quale motivo esse avessero quella conformazione (che, nella specie, si era rivelata molto pericolosa).

I Giudici Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto i motivi del ricorso privi di fondamento.

La sentenza impugnata aveva infatti chiarito che nel tratto autostradale teatro dell’incidente mortale non vi era alcun obbligo di installare barriere protettive, perché la strada era pianeggiante ed il piano di campagna era più elevato rispetto a quello della strada. In particolare, la Corte d’appello aveva ricostruito la dinamica dell’incidente osservando che il furgone condotto dalla vittima si era portato, mentre procedeva sulla corsia di sorpasso, lentamente verso destra, “uscendo oltre la corsia di emergenza nel tratto di strada in cui non vi era barriera, andando poi a finire con le ruote di destra sul piano erboso e con quelle di sinistra nel canale di scolo”; per cui l’urto era avvenuto contro la parte posteriore del guard-rail che aveva agito come una lama tagliente.

L’incidente, in base a tale ricostruzione, era stato determinato, quindi, dal comportamento del conducente il quale era uscito di strada, in un tratto pianeggiante, probabilmente a causa di un colpo di sonno o di un malore e, anziché fermarsi sulla banchina erbosa, aveva continuato la propria marcia fino ad arrivare all’inizio della scarpata dove cominciava la barriera. Di conseguenza, secondo il Collegio territoriale, l’urto contro la parte retrostante della barriera, certamente tagliente, era da ricondurre ad un uso anomalo ed imprevedibile della strada, che l’utente aveva continuato a percorrere per molti metri pur essendo su un tratto non praticabile.

La Cassazione, in conclusione, ha ritenuto che la motivazione dei Giudici del merito fosse in linea con una precedente sentenza della Suprema Corte stessa la quale, proprio occupandosi del guard-rail stradale, aveva già affermato che la condotta abnorme dell’utente della strada esclude comunque ogni rilevanza della possibile insidia, che nel caso in esame era comunque inesistente.

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