Nelle controversie in materia di previdenza e di assistenza permane in capo all’Inps il potere di modificare un giudizio precedentemente espresso dalle collegiali mediche

“Nelle controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatoria, le collegiali mediche sono prive, ai sensi dell’art. 147 disp. att. c.p.c., comma 1, di qualsiasi efficacia vincolante, sostanziale e processuale”, dovendosi ritenere, anche alla luce della L. n. 295 del 1990, art. 1, “la natura non provvedimentale degli accertamenti sanitari”, in quanto strumentali e preordinati all’adozione del provvedimento di attribuzione della prestazione, in corrispondenza di funzioni di certazione assegnate alle indicate commissioni. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 9235/2021 pronunciandosi sul ricorso dell’Inps contro la decisione con cui la Corte d’appello aveva accolto la domanda di una donna volta ad ottenere l’indennità di accompagnamento.

Per i Giudici del merito, una volta trasmesso dalla ASL alla competente commissione medica periferica il verbale che aveva accertato la sussistenza del requisito sanitario senza che l’Inps avesse chiesto, nel termine di 60 giorni dalla trasmissione di detto verbale, la sospensione dello stesso, l’accertamento era diventato definitivo in quanto, in base alla L. n. 295 del 1990, art. 1, comma 7, si era formato il silenzio assenso sulla domanda presentata in data 24/9/2012.

Il Collegio territoriale aveva ritenuto perentorio il termine di 60 giorni di cui alla L. n. 295 del 1990, art. 1, comma 7, determinante, se non interrotto dalla richiesta di sospensione da parte dell’Inps, la definitività dell’accertamento del requisito sanitario, fatti salvi gli ulteriori accertamenti di tipo amministrativo. Una interpretazione, quest’ultima, che non sarebbe stata in contrasto con la L. n. 102 del 2009, art. 20, comma 1, che attribuiva all’Inps l’accertamento definitivo in quanto la L. n. 295 citata, art. 7, non sottraeva la competenza all’Inps cui spettava la facoltà di sospendere il procedimento.

Il Giudice di secondo grado aveva quindi concluso che non avendo l’Inps disposto la sospensione nel termine di 60 giorni, l’accertamento contenuto nel verbale era definitivo e, non essendo necessari ulteriori accertamenti, aveva riconosciuto l’indennità di accompagnamento.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il ricorrente eccepiva che, dal complesso della normativa conseguiva che il decorso del termine di 60 giorni di cui alla L. n. 295 del 1990, art. 1, comma 7, senza che l’Inps avesse disposto la sospensione del verbale ASL, non integrava un’ipotesi di silenzio assenso e che l’Istituto, anche dopo 60 giorni, non consumava il potere di sospendere l’accertamento sanitario effettuato dalla commissione istituita presso l’ASL e di chiamare l’istante a nuova visita medica.

Gli Ermellini hanno ritenuto fondata la doglianza proposta dovendosi escludere nella fattispecie che si fosse formato un silenzio assenso.

L’affermazione della Corte territoriale secondo cui il termine di 60 giorni di cui alla L. n. 295 del 1990, art. 1, comma 7, sia perentorio, per cui decorso inutilmente tale termine senza che l’Inps abbia sospeso il verbale, questo diverrebbe definitivo, non trova riscontro nella norma citata ed anzi tale interpretazione si porrebbe in contrasto con la disposizione di cui al D.P.R. n. 698 del 1994, che fissa la durata del procedimento per l’accertamento dello stato sanitario in nove mesi, e non già in 60 giorni, pur prevedendo detta disposizione il permanere della possibilità per l’istituto di sospendere l’accertamento in base alla previgente normativa.

Va, altresì, richiamato – hanno sottolineato dal Palazzaccio – la L. n. 102 del 2009, art. 20, comma 1, u.p., in tema di contrasto alle frodi in materia di invalidità civile, secondo cui “in ogni caso l’accertamento definitivo è effettuato dall’INPS” con la conseguenza che non risulta neppure concettualmente compatibile con una durata di soli 60 giorni, valutata la finalità della norma di cui alla L. n. 102 citata, tesa al contrasto delle frodi.

La Cassazione, infine, ha richiamato, a definitiva confutazione dell’interpretazione accolta dalla Corte territoriale, l’art. 147 disp. att. c.p.c., secondo cui nelle controversie in materia di previdenza e di assistenza sono privi di qualsiasi efficacia vincolante sostanziale e processuale, le collegiali mediche, permanendo quindi in capo all’Inps il potere di modificare un giudizio precedentemente espresso dalla collegiale.

Da lì la deduzione che deve riconoscersi all’Inps il potere di effettuare un accertamento anche oltre il termine di 60 giorni entro il quale avrebbe potuto disporre la sospensione.

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