Non integra i presupposti del fatto illecito la condotta di gioco tenuta durante il normale svolgimento dell’azione di una partita se non è in concreto connotata da un grado di violenza ed irruenza incompatibile (Corte d’Appello di Perugia, Sentenza n. 448/2020 del 08/10/2020 RG n. 257/2018 Repert. n. 850/2020 del 08/10/2020)

I genitori del minorenne adivano il Tribunale di Terni invocando l’accertamento della responsabilità della ASD per i danni sofferti dal figlio a seguito di un infortunio derivante da un violento scontro durante una partita amichevole di calcio.

Il Tribunale rigettava la domanda e compensava le spese di lite condannando, altresì, gli attori alle spese di CTU.

Il danneggiato, nel frattempo divenuto maggiorenne, appella la decisione, deducendo:

“Violazione degli artt. 1228, 2048, 2049 c.c.; omesso preventivo controllo”. L’appellante si duole della violazione da parte della ASD della mancata copertura assicurativa obbligatoria degli sportivi dilettanti, e del fatto che la ASD lo avrebbe fatto giocare privo della copertura assicurativa.”

L’appellante lamenta inoltre un palese errore di valutazione di un elemento di prova nella sentenza gravata nella parte in cui asserisce che il CTU “ha confermato che il soggetto interessato non poteva rientrare tra i soggetti indennizzabili secondo la citata normativa” .

“L’appellante asserisce la violazione delle prescrizioni del D.P.C.M. 03.11.2010 da parte della ASD consistente nella sottoscrizione di una polizza assicurativa difforme rispetto alle prescrizioni legislative quanto all’operatività temporale – nella specie decorrente dalle ore 24.00 del giorno 09.09.2013 – la quale avrebbe impedito di ottenere idoneo indennizzo assicurativo e ritiene tale condotta omissiva idonea ad ingenerare un generale obbligo di risarcimento del danno non patrimoniale in capo alla società medesima. Si duole dell’erroneità della sentenza nella parte in cui, stante la previsione legislativa circa l’indennizzabilità assicurativa dei soli infortuni che comportino la necessità di ricorrere ad intervento chirurgico, un’invalidità permanente o la morte, esclude ogni responsabilità risarcitoria della società sportiva dilettantistica in quanto “là dove lo stesso fosse stato coperto da assicurazione quest’ultimo, in ragione del danno subito, non avrebbe avuto diritto ad alcun indennizzo”.

La Corte d’Appello ritiene il gravame infondato.

Sulla responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. invocata nei confronti della ASD e conseguente alla dedotta mancata indennizzabilità dell’infortunio, viene condiviso quanto dedotto dalla ASD convenuta, riguardo le previsioni legislative sancite dal D.P.C.M. 3.11.2010, in tema di “Assicurazione obbligatoria per sportivi dilettanti”, attuativo di legge n. 289/2002.

Tale Decreto prevede un’assicurazione obbligatoria per tutti gli sportivi dilettanti senza limiti di età, ed un indennizzo riguardante le conseguenze degli infortuni accaduti ai medesimi durante ed a causa dello svolgimento delle attività sportive.

L’assicurazione obbligatoria limita gli indennizzi, non a qualunque infortunio occorso in conseguenza dell’attività sportiva medesima, ma alle sole lesioni corporali “che abbiano nell’infortunio la loro causa diretta, esclusiva e provata e che, precipuamente, provochino la morte o l’invalidità permanente del soggetto assicurato”, ai sensi dell’art. 5, prevedendo, inoltre, tassativamente i criteri di determinazione dell’indennizzo, tramite espresso richiamo, ai sensi dell’art. 11, della tabella A) allegata. Precipuamente la Tabella A) allegata prevede, in relazione al caso di specie, l’indennizzabilità delle sole lesioni dei legamenti collaterali del ginocchio che siano state trattate chirurgicamente.

La CTU svolta in primo grado ha confermato la sussistenza di un trauma distorsivo del ginocchio destro con lesione di secondo grado del legamento collaterale mediale.

All’infortunio non è seguito trattamento chirurgico, circostanza imprescindibile per la pretesa indennitaria.

E’ dunque corretto che il Giudice di prime cure abbia rigettato la domanda poiché il Decreto circoscrive l’indennizzo delle sole lesioni ai legamenti collaterali del ginocchio che abbiano reso necessario un intervento chirurgico.

Sul punto non rilevano le doglianze del danneggiato inerenti la discrepanza della percentuale di invalidità, tra quella rilevata dal CTU e l’altra rilevata dal CTP, poiché non sussiste il presupposto normativo dell’indennizzo.

Ad ogni modo, anche qualora vi fosse stata un’assicurazione obbligatoria in corso di validità, è da escludersi ogni responsabilità risarcitoria della ASD, alla quale certamente è da imputarsi una condotta omissiva, sussistente nella mancata assicurazione del minore tesserato, ma, a fronte del venir meno dell’imprescindibile elemento dell’ingiustizia del danno, non sorge alcuna responsabilità risarcitoria.

Anche la doglianza circa l’errore di valutazione della prova da parte del Tribunale, il quale, correttamente, ha escluso l’indennizzabilità della lesione concretamente subita, e, conseguentemente, ogni responsabilità risarcitoria in capo alla convenuta, deve essere respinta.

Ed ancora, sul mancato riconoscimento delle spese mediche il danneggiato ha dedotto che: “anche se non vi fosse stato alcun danno alla persona indennizzabile per l’entità delle lesioni da danno biologico (permanente), comunque il rimborso delle spese mediche accertate dalla CTU sarebbe stato dovuto” dall’assicurazione, viene rammentato che l’indennizzo assicurativo legislativamente previsto ha natura di somma forfettaria normativamente e preventivamente tipizzata, a prescindere dall’entità delle lesioni concretamente patite e delle spese mediche sostenute, ed in ciò risiede la sua natura unitaria e la sua differenza sostanziale con ogni pretesa risarcitoria, di natura patrimoniale e non patrimoniale.

Anche su questa posta risarcitoria, osserva la Corte che anche se fosse stata in corso di validità l’assicurazione obbligatoria, in conseguenza della mancanza del presupposto indispensabile per l’indennizzabilità della lesione subita, consistente nel trattamento chirurgico della medesima, manca l’elemento dell’ingiustizia del danno.

Infine, riguardo ai richiami dell’appellante agli artt. 2049, 1228 e 2087 c.c., è la fattispecie di cui all’art. 2048 c.c., norma che impone al tutore, al precettore ed ai maestri d’arte, oltre che ai genitori di figli minori non emancipati, la responsabilità risarcitoria dei danni cagionati dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti, nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza, e, per converso e parimenti, la responsabilità risarcitoria del danno ingiusto che il terzo abbia cagionato al minore medesimo.

Rispetto a tale ipotesi il Giudice di prime cure non si è pronunciato, e tuttavia la domanda è infondata.

Ai sensi dell’art. 2048 c.c., non è sufficiente che si sia verificato un danno, consistente nell’evento lesivo rappresentato dalla lesione del legamento collaterale del gioco, ma è necessaria l’illiceità del medesimo e la sua imputabilità ad una condotta colposa o dolosa di colui che aveva doveri di sorveglianza nei confronti del minore al momento della verificazione dell’evento di danno.

Sul punto la Suprema Corte ha ribadito piu volte che “non integra i presupposti del fatto illecito la condotta di gioco tenuta durante il normale svolgimento dell’azione di una partita se non è in concreto connotata da un grado di violenza ed irruenza incompatibile col contesto ambientale, con l’età e con la struttura fisica dei partecipanti al gioco: circostanze, queste, se del caso idonee ad alterare la normale dinamica del gioco ed a fondare dei profili di negligenza in capo a colui che abbia doveri di sorveglianza, non menzionate dalle parti, dalle cui allegazioni emerge con chiarezza che la lesione, pure subita, sia stata originata da un ordinario scontro, ancorché violento, con un avversario coetaneo rispetto all’appellante, secondo modalità che rientrano perfettamente nell’ordinaria pratica del gioco del calcio”.

Nel concreto, le parti hanno asserito che la lesione subita si è verificata in occasione di un violento scontro durante la partita nell’ambito di un’ordinaria azione di gioco, circostanza non idonea a dimostrare la negligenza di parte convenuta.

Neppure la circostanza che al momento dell’infortunio il ragazzo non fosse coperto da assicurazione in corso di validità risulta idonea a provare che la dinamica dell’infortunio sia avulsa dall’ordinaria pratica del gioco calcio, cui sarebbe, se del caso, ricollegabile la negligenza della società sportiva, consistente nella mancata adozione di tutte le cautele necessarie ad evitare l’evento lesivo, e dunque, l’imputabilità dell’obbligo risarcitorio.

L’aver fatto giocare un minore, regolarmente tesserato, durante una partita amichevole, nonostante fosse privo di assicurazione indennitaria in corso di validità, non può ritenersi circostanza idonea a dimostrare la negligenza della società sportiva, la quale ha realizzato il suo stesso oggetto sociale, e neppure è ravvisabile alcun nesso di causalità fra la lesione sofferta e l’assenza di valida copertura assicurativa.

In altri termini, anche se l’assicurazione fosse stata operativa, non solo la lesione del caso di specie non sarebbe stata indennizzabile, ma non avrebbe neppure impedito in concreto la verificazione dell’evento lesivo, che si è realizzato entro le ordinarie soglie di pericolo della normale dinamica del gioco calcio.

In conclusione, l’appello viene integralmente rigettato e le spese di giudizio vengono poste in capo all’appellante nella misura di euro 4.800,00, oltre accessori.

L’appellante, inoltre, viene condannato al pagamento pari al contributo unificato.

Avv. Emanuela Foligno

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