La responsabilità del datore di lavoro è contrattuale e spetta al lavoratore danneggiato provare la inidoneità dell’ambiente di lavoro

“La responsabilità del datore di lavoro è di natura contrattuale e va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento; ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare, oltre all’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’una e l’altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.” In tali termini la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. Lavoro, ordinanza n. 23921 del 29 ottobre 2020), ha ribadito la ripartizione dell’onere della prova in caso di infortunio causato dalla inidoneità dell’ambiente di lavoro.

Interessante la decisione qui a commento anche per l’obiter inerente il perfezionamento della notifica a mezzo posta.

Gli eredi di un lavoratore addetto al laboratorio analisi di una struttura ospedaliera azionano domanda di risarcimento del danno adducendo che il decesso del familiare fosse riconducibile al datore di lavoro.

Nello specifico vengono contestate le sostanze cancerogene cui il lavoratore veniva esposto a partire dagli anni ’70 nel laboratorio analisi in assenza di presidi individuali di protezione e di presidi di areazione-aspirazione adeguati.

Il Tribunale in primo grado rigettava la domanda risarcitoria degli eredi per prescrizione del diritto.

La Corte d’Appello confermava la prescrizione in capo al coniuge del lavoratore, mentre riguardo ai figli respingeva la domanda per assenza di nesso causale tra la morte del lavoratore e l’esposizione alle sostanze nocive.

Gli eredi propongono ricorso in Cassazione e l’Azienda Ospedaliera propone ricorso incidentale.

Gli eredi lamentano la violazione dell’art. 2087 c.c. e sostengono che la patologia contratta dal dipendente, da cui è scaturito il decesso, fosse correlata alla nocività dell’ambiente di lavoro. Sostenendo, a tal proposito, la necessità, per poter efficacemente negare il nesso causale tra danno e ambiente di lavoro, caratterizzato da esposizione a sostanze cancerogene in assenza di idonee protezioni, di escludere ogni interferenza di decorsi alternativi.

La Suprema Corte non condivide le doglianze degli eredi del lavoratore.

La violazione della tutela delle condizioni di lavoro predicata dall’art. 2087 c.c., viene ribadito, non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva del datore di lavoro,  con la conseguenza di ritenerlo responsabile ogni volta che il lavoratore abbia subito un danno nell’esecuzione della prestazione lavorativa, occorrendo sempre che l’evento sia riferibile a sua colpa, per violazione di obblighi di comportamento, concretamente individuati, imposti da norme di legge e di regolamento o contrattuali, ovvero suggeriti dalla tecnica e dall’esperienza.

Proprio per tale ragione, ai fini della configurabilità della responsabilità, incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno e della nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro.

Il datore di lavoro, invece, ha l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.

La Corte d’Appello ha ritenuto che, rispetto alla patologia tumorale che ha colpito il lavoratore, l’esposizione a sostanze cancerogene nel corso del rapporto lavorativo non ha rilevanza causale.

Dalla CTU espletata emerge che in letteratura scientifica nessuna delle sostanze cui era venuto a contatto il lavoratore rivestiva rilevanza causale nell’insorgenza del tipo di tumore e che, pertanto, deve escludersi “la presenza di evidenze idonee a giustificare l’affermazione del nesso di causa”.

Inoltre, evidenziano i Consulenti, che il lavoratore era assiduo tabagista e che tale circostanza può innestarsi come concausa della insorta patologia tumorale.

La valutazione delle conclusioni della CTU, e le doglianze degli eredi sulle conclusioni dei Consulenti, attengono al merito della causa che non può essere esaminato in sede di legittimità.

Il ricorso principale degli eredi viene dunque rigettato per infondatezza con conferma della sentenza resa dalla Corte d’Appello.

Gli Ermellini analizzano, inoltre, l’interessante eccezione di inammissibilità del controricorso proposto dall’azienda sanitaria.

Nello specifico l’eccezione riguarda il perfezionamento della notifica a mezzo posta, in caso di irreperibilità relativa del destinatario, per la cui prova non è sufficiente la prova della spedizione della raccomandata di avviso di deposito del plico, ma occorre anche la prova dell’esito della raccomandata stessa, mediante la produzione dell’avviso di ricevimento della comunicazione di avvenuto deposito (il cosiddetto C.A.D).

Al riguardo viene enunciato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione a mezzo posta, la prova del perfezionamento del procedimento notificatorio nel caso di irreperibilità relativa del destinatario deve avvenire, in base ad un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 8 della l. n. 890 del 1982, con la verifica dell’avviso di ricevimento della raccomandata contenente la comunicazione di avvenuto deposito (cd C.A.D.). Il controllo sull’avviso di ricevimento della C.A.D. deve riguardare, in caso di ulteriore assenza del destinatario in occasione del recapito della relativa raccomandata, non seguita dal ritiro del piego entro il termine di giacenza, l’attestazione dell’agente postale in ordine all’avvenuta immissione dell’avviso di deposito nella cassetta postale od alla sua affissione alla porta dell’abitazione, formalità le quali, ove attuate entro il predetto termine di giacenza, consentono il perfezionarsi della notifica allo spirare del decimo giorno dalla spedizione della raccomandata stessa, spettando al destinatario eventualmente contestare, adducendo le relative ragioni di fatto e proponendo quando necessario querela di falso, che, nonostante quanto risultante dall’avviso di ricevimento inerente la C.A.D., in concreto non si siano realizzati i presupposti di conoscibilità richiesti dalla legge oppure egli si sia trovato, senza sua colpa, nell’impossibilità di prendere cognizione del piego”.

I ricorsi incidentali vengono dichiarati assorbiti e inammissibile il controricorso dell’azienda USSL.

Avv. Emanuela Foligno

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