Incidente d’auto: l’errata deduzione in giudizio da parte del richiedente ne impedisce il riconoscimento come infortunio in itinere

L’ordinanza 12.9.2017 n. 21122 della Cassazione Sezione Lavoro, in commento, riprende la questione della qualificazione dell’ infortunio in itinere, che ciclicamente si ripropone nella giurisprudenza, tanto di merito che di legittimità.

E’ noto come la qualificazione “in itinere” costituisca una sub specie dell’infortunio sul lavoro genericamente considerato.

Normativamente si intende per tale ogni incidente avvenuto per causa violenta ed in occasione di lavoro da cui derivi l’inabilità – permanente o temporanea – e nei casi più gravi la morte del lavoratore coinvolto.

Proprio l’occasione di lavoro costituisce uno degli elementi centrali  nel caso che ci occupa perché identifica il nesso di causalità,  ossia quel legame che deve sussistere fra l’evento dannoso e la prestazione lavorativa cui sia addetto l’infortunato, ed è un elemento che deve essere dedotto e provato in giudizio da chi chieda il riconoscimento di un diritto.

Fermo restando che nella materia che qui ci occupa il nesso causale è regolato dal principio di equivalenza delle causa di cui all’art. 41 c.p. occorre considerare che la questione relativa agli infortuni in itinere è emersa progressivamente nella giurisprudenza, tanto da essere qualificato inizialmente come diritto di origine pretoria, anche in conseguenza delle modificazioni nelle tipologie e nelle modalità proprie delle singole attività produttive, tuttavia la costante necessità di un nesso causale, può rendere il riconoscimento, da parte dell’ente previdenziale, problematico per la parte privata.

Sappiamo infatti che l’indennizzabilità dell’ infortunio in itinere postula una serie di caratteristiche:

  1. Che il percorso seguito costituisca per l’infortunato quello normale per recarsi al lavoro e fare ritorno alla propria abitazione;
  2. Che sussista almeno un nesso occasionale tra il lavoro ed il percorso seguito
  3. Che sussista necessità nell’uso del mezzo privato in relazione agli orari di lavoro ed a quelli del mezzo pubblico che – in astratto – costituisce strumento normale per la mobilità personale, in uno con il minimo fattore di rischio possibile rispetto a possibili incidenti.

Proprio in relazione a tale ultima caratteristica la soluzione adottata dagli Ermellini, nel caso di specie, si appalesa come essenzialmente processuale poiché si afferma che la parte ricorrente non ha provato di aver dedotto e conseguentemente provato – nei gradi di merito – l’impossibilità anche temporanea alla deambulazione in conseguenza di altro precedente infortunio e che tale elemento fosse tale da rendere l’uso del mezzo privato necessitato nonostante la breve distanza rispetto al luogo di lavoro.

Tutto questo assume rilevanza considerando la più immediata e meno rischiosa deambulazione quale mezzo di spostamento preferenziale per percorsi brevi come quello in questione nella fattispecie concreta. A mente della sentenza la ricorrente parte privata si era limitata a dedurre nel proprio ricorso per Cassazione l’esistenza dell’impedimento, ritenendolo elemento idoneo a giustificare l’uso del mezzo privato e quindi rendendo indennizzabile l’infortunio subito

Pur non avendo a disposizione gli atti di causa pare evidente come i giudici di Piazza Cavour motivino sottolineando che la parte privata aveva omesso di evidenziare adeguatamente, nel corpo del ricorso alla stessa Corte, il passaggio degli atti di merito dove tale deduzione era contenuta e provata qualificando di fatto il ricorso proposto come non autosufficiente.

A ben vedere quindi non è – come sarebbe agevole dedurre anche da precedenti commenti –la mera brevità della distanza da percorrere ad aver causato il rigetto della domanda proposta dalla dottoressa sassarina, quanto piuttosto una carenza nell’atto proposto alla SC in conseguenza della violazione del principio generale di autosufficienza del ricorso per cassazione che impone di portare a conoscenza del Supremo Collegio tutti gli elementi di criticità che si imputano alla sentenza di secondo grado, evidenziando direttamente con il ricorso che si deposita i passaggi dei giudizi di merito da cui emerge la fondatezza del proprio ragionamento, questo essendo notoriamente precluso, in sede di giudizio di legittimità, l’esame diretto degli atti di causa.

Si dice infatti che la Cassazione deve poter decidere leggendo esclusivamente il ricorso.

Dalla dedotta mancanza è conseguita, inevitabilmente e come ormai tipico, una decisione in rito che si allinea ai precedenti della stessa Suprema Corte su un tema, quello dell’ infortunio in itinere, che continuerà a dibattersi, quale segno della evolutività sottostante alle norme, sempre se ve ne sia la prova.

 

Avv. Silvia Assennato

(Foro mdi Roma)

 

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