L’Inps, non solo con una propria circolare ha derogato alla norma di legge disponendo diversamente da quanto prescritto da quest’ultima, ma lo ha fatto introducendo disposizioni evidentemente discriminatorie per nazionalità in quanto, ancorando la possibilità di ottenere il beneficio a una condizione quale il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ha introdotto una differenza di trattamento non giustificata da alcuna ragionevole e oggettiva finalità

La vicenda

Il Tribunale di Rovereto con una sentenza depositata il 6 novembre scorso, n. 60, ha condannato l’Inps per condotta discriminatoria posta in essere per motivi razziali ed etnici nei confronti di una donna straniera richiedente il premio nascita e, negatole.

Con ricorso presentato ai sensi degli artt. 28 D.Lgs. 150/2011, 44 TU Immigrazione e 702 bis c.p.c. , premesso di essere titolare dal 2016 di un permesso di soggiorno per motivi familiari e di essere madre di un bambino, la ricorrente citava in giudizio l’INPS per far dichiarare il suo comportamento discriminatorio. Alla presentazione online della domanda di erogazione del premio nascita l’Ente rispondeva negativamente.

Quando il comportamento di un privato o della pubblica amministrazione produce una discriminazione per motivi razziali, etnici, linguistici, nazionali, di provenienza geografica o religiosi, è possibile ricorrere all’autorità giudiziaria ordinaria per domandare la cessazione del comportamento pregiudizievole e la rimozione degli effetti della discriminazione. (art. 44 TU Immigrazione)

Costituitosi in giudizio, l’Istituto nazionale di previdenza eccepiva l’improcedibilità del ricorso per mancata previa proposizione del ricorso amministrativo e rilevava nel merito, di essersi adeguato alla giurisprudenza esistente in materia che riconosce la spettanza del bonus anche in assenza di permesso di soggiorno di lungo periodo, ma a seguito di presentazione di apposita domanda.

La decisione del giudice ordinario

Secondo il Tribunale di Rovereto, investito della controversia in esame, il ricorso merita accoglimento.

La ragione di siffatta decisione è da rinvenirsi nel “condivisibile insegnamento” della Corte di Appello di Milano (5.5.2018) secondo cui: “L’individuazione da -parte dell’Inps, con Circolare n. 39 del 2017′, dei requisiti necessari ai fini dell’erogazione del -premio di natalità di cui all’art. 1, comma 353, L.232/2016, oltre che illegittima in quanto introduce in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore, va qualificata come discriminatoria in quanto esclude dal beneficio per ragioni di nazionalità e senza alcuna ragionevole motivazione una parte delle donne residenti in Italia…E’ di altrettanta evidenza che Inps ha introdotto in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore ma previsti invece per altra prestazione ovvero “l’assegno di natalità di cui all’art. 1, comma 125, legge di stabilità n. 190/2014“.

Così facendo – aggiunge il tribunale – l’Inps si è arrogata il potere di imporre in sede amministrativa condizioni o requisiti che la legge non ha né previsto né disciplinato, di introdurre modifiche a una norma di fonte primaria e di restringere, di conseguenza, la platea delle destinatarie del beneficio. Del tutto condivisibile è pertanto l’affermazione circa l’illegittimità della condotta dell’Istituto, ravvisabile proprio nell’aver voluto emettere circolari, aventi natura regolamentare che attribuiscono alla legge un contenuto diverso da quello espresso dal legislatore (…)così facendo l’Inps non solo con una propria circolare ha derogato alla norma di legge disponendo diversamente da quanto prescritto da quest’ultima, ma lo ha fatto introducendo disposizioni evidentemente discriminatorie per nazionalità in quanto, ancorando la possibilità di ottenere il beneficio a una condizione quale il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ha introdotto una differenza di trattamento non giustificata da alcuna ragionevole e oggettiva finalità“.

L’Inps deve essere, pertanto, condannata, a rimuovere la condotta discriminatoria attraverso il pagamento, a titolo di danno patrimoniale, di un importo pari al bonus non erogato.

 

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