Provato l’inadempimento contrattuale dell’ospedale per l’intervento chirurgico ritardato al paziente in stato comatoso per sospetto ematoma subdurale

Era stato ricoverato d’urgenza in ospedale, in stato comatoso, per un sospetto ematoma subdurale. Pur constatata la gravità delle sue condizioni, e pur essendo il paziente trasferito in sala operatoria, pronto per l’operazione, l’intervento chirurgico era stato ritardato per via della sopravvenienza di un caso ritenuto più grave ed urgente. I familiari, però, ritenendo ingiustificato questo differimento e per impedire l’aggravarsi della situazione, avevano deciso di traferire il congiunto in una clinica privata, dove l’intervento era stato eseguito con successo, ma a un costo di 18496,00 euro. Da lì la richiesta di rimborso avanzata nei confronti della Regione, che però l’aveva ritenuta ingiustificata, costringendo il paziente a far ricorso al Tribunale, che, a sua volta, aveva rigettato la domanda sul presupposto che non v’era stato alcun inadempimento. La decisione era stata riformata tuttavia dalla Corte di Appello, la quale aveva ritenuto che la prestazione fosse urgente e che averla differita avesse costituito inadempimento, con conseguente danno consistito nella necessità della spesa successiva effettuata presso l’istituto di cura privato.

L’Asl si rivolgeva quindi alla Suprema Corte di Cassazione deducendo, tra gli altri motivi, che il rapporto intercorso con il paziente era consistito in un contratto che la prassi ormai denomina di “spedalità”, ossia un contratto in cui, accanto alla prestazione principale, la cura del paziente, la struttura è tenuta ad obbligazioni secondarie, come la messa a disposizione di strumenti, di personale, ed altro. Ciò premesso riteneva che, trattandosi di una responsabilità contrattuale quella a lei imputata, avrebbe dovuto essere dimostrato il suo inadempimento, che invece era stato erroneamente ritenuto dalla corte di merito, la quale non aveva considerato che l’intervento non era urgentissimo e che il suo differimento era dunque lecito in ragione del sopraggiungere di casi più gravi. Semmai, riteneva la ricorrente, era la condotta del paziente (rectius dei suoi familiari) ad essere stata in violazione del dovere di buona fede e correttezza, che imponeva alla controparte di cooperare nell’adempimento, e che era stato violato proprio dalla decisione di portare via il malato e cosi impedire la prestazione di cura.

Gli Ermellini, con l’ordinanza n. 16936/2021, hanno ritenuto infondato il motivo di doglianza.

Innanzitutto, era la stessa Azienda a ritenere che il rapporto con il paziente fosse, nel caso di specie, di natura contrattuale. Il che significava che l’onere della prova della natura della responsabilità, o meglio della fonte di tale responsabilità era stato assolto dal paziente; o perlomeno che era pacifico che la fonte del rapporto stava in un contratto e che dunque la responsabilità attribuita alla Azienda era di tipo contrattuale, con conseguente riflesso sull’onere della prova. Data per ammessa la natura contrattuale del rapporto, ed accertato l’inadempimento, la corte di merito aveva ritenuto provato dal paziente che l’intervento fosse urgente, se non per salvare la vita, per evitare danni irreparabili; conseguentemente aveva correttamente ritenuto che gravasse sull’Azienda la prova liberatoria, ossia la prova che il ritardo della prestazione non fosse a lei imputabile, conformemente alla regola probatoria in tema di responsabilità contrattuale.

La Corte territoriale, dunque, con motivazione adeguata, aveva ritenuto che l’intervento fosse urgente e che il suo differimento fosse ingiustificato, ossia che l’Azienda non avesse dimostrato che era inevitabile differirlo.

La redazione giuridica

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