Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione (sezione III, n. 28986 – 11 novembre 2019) ha fatto il punto in materia di determinazione e liquidazione del danno in caso di invalidità pregressa del danneggiato, distinguendo tra menomazioni concorrenti e menomazioni coesistenti

Dalla astrale penna del Cons. Dott. Rossetti altra impeccabile pronunzia della terza sezione civile della Suprema Corte.

La vicenda approda in Cassazione dalla Corte d’Appello di Milano e tratta di un sinistro stradale subìto da soggetto già portatore di invalidità permanente al 60% a causa di un precedente sinistro.

In primo grado il Tribunale di Lecco stabiliva che l’ultimo infortunio causava una invalidità nella misura del 6,5% e dava atto che tale invalidità colpiva soggetto già compromesso nella salute e liquidava il relativo risarcimento calcolando la differenza tra il valore monetario del grado di invalidità permanente di cui la vittima era portatrice prima dell’infortunio (60%) e il grado di invalidità permanente complessivamente residuato all’infortunio (66.5%).

Al danneggiato veniva liquidato il relativo danno stimato in € 79.373,50.

La Compagnia assicurativa del veicolo danneggiante proponeva appello dinnanzi alla Corte territoriale di Milano che con sentenza n. 3829 del settembre 2017 rigettava il gravame.

La Corte territoriale adita ha ritenuto corretto il criterio di stima e liquidazione del danno adottato dal Tribunale di prime cure e ha evidenziato che la liquidazione deve avvenire per la effettiva incidenza della menomazione sulla vita quotidiana della vittima e qualora la vittima sia già portatrice di postumi invalidanti pregressi non è corretto procedere a una sterile sottrazione tra i diversi gradi di invalidità permanente, ma tra i valori monetari previsti in corrispondenza degli stessi.

Diversamente, viene osservato, se si procedesse a sottrarre il grado di invalidità residuato al sinistro da quello preesistente, e a monetizzare la differenza, il risarcimento risulterebbe inferiore.

La Compagnia d’Assicurazione impugna la sentenza in Cassazione evidenziando che i postumi dei quali può rimanere vittima una persona già invalida vanno distinti in due categorie: le lesioni “concorrenti” e quelle “coesistenti”: le prime aggravano l’invalidità preesistente, le seconde no.

La Compagnia evidenzia altresì, che non fu il secondo sinistro a causare l’intervento di protesi d’anca e che le lesioni patite dalla vittima dovevano qualificarsi come “coesistenti”; che la sentenza d’appello, dopo avere qualificato come “coesistenti” i postumi, rispetto a quelli di cui la vittima era già portatrice, ha liquidato un risarcimento maggiorato rispetto a quello che sarebbe spettato ad una persona sana, la quale avesse patito una invalidità del 6,5%.

In buona sostanza la Compagnia sostiene che la Corte d’Appello avrebbe dovuto liquidare il danno alla salute monetizzando una invalidità del 6,5%, e poi, avrebbe dovuto incrementare in via equitativa il risultato, per tenere conto dell’eventuale maggiore afflittività dei postumi rispetto al caso in cui avessero attinto una persona sana.

L’ excursus della Cassazione sulla causalità materiale e sulla causalità giuridica

La Suprema Corte procede con un interessante excursus storico sulla causalità materiale e sulla causalità giuridica partendo dalla pronunzia capostipite (Sentenza n. 3675 del 06/06/1981)secondo cui per affermare l’esistenza di un danno permanente alla salute, sarà necessario che da quella lesione sia derivata una menomazione suscettibile di accertamento medico-legale e che questa abbia causato una perdita della capacità di continuare a svolgere anche soltanto una delle attività prima svolte dal danneggiato prima dell’infortunio.

La compromissione dell’integrità psicofisica rappresenta la lesione dell’interesse protetto.

Le rinunce e la menomazione che ne conseguono rappresentano il danno risarcibile. Ed è questo il “vero” danno in senso giuridico.

Affinchè il danno possa essere risarcito è necessario accertare due nessi di causa.

Il nesso tra la condotta lesiva e la lesione (ovvero l’evento), o nesso di causalità materiale.

Il nesso tra la lesione e le conseguenze dannose, o nesso di causalità giuridica.

L’accertamento del primo dei due nessi è necessario per stabilire se vi sia responsabilità e a chi vada imputata; l’accertamento del secondo nesso serve a stabilire la misura del risarcimento.

La preesistenza di malattie o menomazioni in capo alla vittima

Ribadita la teoria della distinzione tra causalità giuridica e causalità materiale la Suprema Corte evidenza che la preesistenza di malattie o menomazioni in capo alla vittima può incidere su entrambi i criteri di causalità: sul nesso di causalità materiale vanno ad incidere se rappresentano una concausa di lesione, mentre sul nesso di causalità giuridica vanno a incidere se rappresentano una concausa di menomazione.

Sulle concause di lesione la Corte evidenzia che se la preesistenza ha concausato la lesione iniziale di essa non dovrà tenersi conto nella liquidazione del danno né nella determinazione del grado di invalidità permanente.

Ciò in quanto “la preesistenza della patologia costituisce una concausa naturale dell’evento di danno, ed il concorso del fatto dell’uomo con la concausa naturale rende quest’ultima giuridicamente irrilevante in virtù del precetto dell’equivalenza causale dettato dall’art. 41 c.p.”.

Se, invece, la preesistenza di malattie o menomazioni non ha concausato la lesione, né ha aggravato, o è stata aggravata dalla menomazione sopravvenuta, non dovrà tenersene conto nella liquidazione del danno e nella determinazione del grado di invalidità permanente.

Ciò in quanto “la preesistenza di menomazioni, infatti, quando queste non abbiano concorso a causare la lesione iniziale, può teoricamente rilevare solo sul piano della causalità giuridica (art. 1223 c.c.), vale a dire della delimitazione dei danni imputabili eziologicamente al responsabile”.

Il giudizio controfattuale

La causalità giuridica, come noto, deve essere accertata attraverso il criterio controfattuale, cioè stabilendo cosa sarebbe accaduto se l’infortunio non si fosse verificato.

Applicando questo criterio si addiviene a 2 eventualità: o le rinunce patite dalla vittima in conseguenza del fatto illecito sarebbero state identiche, quand’anche la vittima fosse stata sana prima dell’infortunio; oppure quelle conseguenze dannose sono state amplificate dalla menomazione preesistente.
Solo nel primo caso la “menomazione preesistente” sarà giuridicamente irrilevante perché
l’art. 1223 c.c. esclude dalla risarcibilità i danni che non sono conseguenza “immediata e diretta” del fatto illecito.

Ne deriva che se i postumi permanenti causati dall’illecito non sono stati aggravati dalle menomazioni preesistenti significa che sono conseguenza esclusiva del fatto illecito.

Pertanto, “non solo la liquidazione del risarcimento, ma anche, prima ancora, la determinazione del grado percentuale di invalidità permanente sofferto da persona già menomata, quando lo stato anteriore della vittima non abbia inciso in alcun modo sui postumi concretamente prodotti dal secondo infortunio, va determinato come se a patire le conseguenze fosse stata una persona sana, in virtù della inesistenza di causalità giuridica tra stato anteriore e postumi.”

In definitiva poiché si tratta di accertare un nesso di causalità giuridica, rileva esclusivamente il giudizio controfattuale, e dunque bisogna stabilire col metodo della prognosi postuma quali sarebbero state le conseguenze dell’illecito in assenza della patologia preesistente.

Se tali conseguenze, specifica la Corte, possano ritenersi pari sia per la vittima reale, sia per una ipotetica vittima perfettamente sana prima dell’infortunio, allora non vi è alcun nesso di causa tra preesistenze e postumi, i quali andranno perciò valutati e quantificati come se a patirli fosse stata una persona sana.

Invece, nell’ipotesi in cui lo stato anteriore della vittima non abbia concausato la lesione, ma abbia concausato il consolidamento di postumi più gravi bisogna stabilire se e quali tra i postumi derivati dalla lesione possano essere una conseguenza immediata e diretta dell’infortunio.

Al riguardo la Suprema Corte fornisce le seguenti indicazioni:

(a) di eventuali preesistenze si deve tenere conto nella liquidazione del risarcimento, non nella determinazione del grado percentuale di invalidità permanente, il quale va determinato sempre e comunque in base all’invalidità concreta e complessiva riscontrata in corpore, senza innalzamenti o riduzioni, i quali si tradurrebbero in una attività liquidativa esulante dai compiti dell’ausiliario medico-legale;

(b) di eventuali preesistenze si deve tenere conto, al momento della liquidazione, monetizzando l’invalidità accertata e quella ipotizzabile in caso di assenza dell’illecito, e sottraendo l’una dall’altra entità.

Il criterio adottato per la determinazione del grado percentuale di invalidità

Sul criterio da adottarsi per la determinazione del grado percentuale di invalidità permanente viene specificato che non bisogna dimenticare che il grado di percentuale di invalidità permanente non è che una unità di misura del danno e non la sua liquidazione.

Conseguentemente quella misurazione deve avvenire al netto di qualsiasi valutazione giuridica per evitare che delle preesistenze si tenga conto 2 volte: prima dal medico-legale nella determinazione del grado di percentuale di invalidità permanente e poi dal giudice nella determinazione del criterio di monetizzazione dell’invalidità.

Il medico-legale, nell’accertamento del danno alla salute in presenza di postumi permanenti anteriori all’infortunio, i quali siano in rapporto di concorrenza con i danni permanenti causati da quest’ultimo, dovrà valutare innanzitutto il grado di invalidità permanente obiettivo e complessivo presentato dalla vittima, senza alcuna variazione in aumento o in diminuzione e senza applicazione di alcuna formula proporzionale. Dopodichè dovrà quantificare in punti percentuali, il grado di invalidità permanente della vittima prima dell’infortunio, e fornire al giudice queste due indicazioni.

La decisione

Conclude la Corte sulla liquidazione del danno evidenziando che “anche il danno biologico patito da persona già portatrice di postumi preesistenti consiste in una differenza: per l’esattezza, esso è pari allo scarto tra le conseguenze complessivamente patite dalla vittima dell’infortunio (i postumi complessivi), e le più lievi conseguenze dannose che la vittima avrebbe invece teoricamente dovuto tollerare a causa della sua patologia pregressa, se l’infortunio non si fosse verificato.”

Stabilito il grado di invalidità permanente effettivo del danneggiato e quello presumibile se il sinistro non si fosse verificato, la liquidazione del danno non deve avvenire effettuando una sottrazione tra il primo e il secondo.

Difatti nel risarcimento del danno alla salute il quantum cresce in modo più che proporzionale rispetto alla gravità dei postumi.

“D’una persona invalida al 60%, che in conseguenza d’un fatto illecito divenga invalida al 70%, non si dirà che ha patito una invalidità del 10%, da liquidare con criteri più o meno modificati rispetto a quelli standard.

Si dirà, al contrario, che, sul piano della causalità materiale, ha patito una invalidità del 70%, perché questa è la misura del suo stato attuale di salute, e tale invalidità occorrerà innanzitutto trasformare in denaro.

Dopodiché, essendo una parte del suddetto pregiudizio slegata eziologicamente dall’evento illecito, per una stima del danno rispettosa dell’art. 1223 c.c. non dovrà farsi altro che trasformare in denaro il grado preesistente di invalidità, e sottrarlo dal valore monetario dell’invalidità complessivamente accertata in corpore”

I principi di diritto enunciati da questa articolata e complessa sentenza possono dunque così sintetizzarsi:

1) lo stato anteriore di salute della vittima di lesioni personali può concausare la lesione, oppure la menomazione che da quella derivata;

2) la concausa di lesioni è giuridicamente irrilevante;

3) la menomazione preesistente può essere concorrente o coesistente col maggior danno causato dall’illecito;

4) saranno “coesistenti” le menomazioni i cui effetti invalidanti non mutano per il fatto che si presentino sole od associate ad altre menomazioni, anche se afferenti i medesimi organi; saranno, invece, “concorrenti” le menomazioni i cui effetti invalidanti sono meno gravi se isolate, e più gravi se associate ad altre menomazioni, anche se afferenti ad organi diversi;

5) le menomazioni coesistenti sono di norma irrilevanti ai fini della liquidazione; nè può valere in ambito di responsabilità civile la regola sorta nell’ambito dell’infortunistica sul lavoro, che abbassa il risarcimento sempre e comunque per i portatori di patologie pregresse;

6) le menomazioni concorrenti vanno di norma tenute in considerazione:

  • a) stimando in punti percentuali l’invalidità complessiva dell’individuo (risultante, cioè, dalla menomazione preesistente più quella causata dall’illecito), e convertendola in denaro;
  • b) stimando in punti percentuali l’invalidità teoricamente preesistente all’illecito, e convertendola in denaro; lo stato di validità anteriore al sinistro dovrà essere però considerato pari al 100% in tutti quei casi in cui le patologie pregresse di cui il danneggiato era portatore non gli impedivano di condurre una vita normale;
  • c) sottraendo l’importo (b) dall’importo (a).

7) resta imprescindibile il potere-dovere del giudice di ricorrere all’equità correttiva ove l’applicazione rigida del calcolo che precede conduca, per effetto della progressività delle tabelle, a risultati manifestamente iniqui per eccesso o per difetto.

La Suprema Corte rigetta il ricorso proposto dalla Compagnia d’assicurazione poiché la Corte d’Appello di Milano ha correttamente considerato che se una menomazione già preesistente è resa più penosa da una seconda menomazione sopravvenuta si tratta di postumi concorrenti e non coesistenti che vanno liquidati secondo i principi di diritto indicati.                                                               

Avv. Emanuela Foligno

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