Il familiare del paziente vittima di un errore medico ha diritto di essere risarcito per la sofferenza subita e per il mutamento peggiorativo delle proprie abitudini di vita, anche se l’invalidità del congiunto è parziale e l’assistenza può essere stata ripartita fra più familiari

La vicenda

Marito e figli di una paziente citarono in giudizio l’Ospedale e il primario di Cardiochirurgia, chiedendo il risarcimento dei danni conseguiti alla mancata diagnosi di un’endocardite infettiva da cui era risultata affetta la  congiunta, dopo un intervento di valvuloplatica mitralica percutanea.

La tardiva diagnosi aveva comportato un progressivo peggioramento delle condizioni di salute della donna, con la necessità di sottoporsi a numerosi ricoveri ospedalieri, nel corso dei quali fu sottoposta a un intervento invasivo (a cuore aperto) di sostituzione della valvola mitralica ed eseguita una trachetomia.

I ricorrenti precisarono che la loro vita era ormai sconvolta, dovendo assistere costantemente la loro congiunta, sia a casa che in strutture sanitarie in cui era stata ricoverata, e che all’inabilità temporanea (protrattasi per tredici mesi) era residuata una invalidità permanente del 50%. La malattia e l’invalidità avevano pertanto determinato un gravissimo turbamento, con conseguente mutamento delle proprie abitudini di vita.

Deceduta la paziente nel corso della causa, gli attori proseguirono il giudizio anche in qualità di suoi eredi.

Espletata una CTU medico-legale, il Tribunale di Roma accertò la responsabilità del primario e quella della struttura ospedaliera e accolse la domanda svolta iure hereditatis, liquidando un importo di poco superiore a 50.000,00 euro; respinse, invece, le domande proposte dai familiari iure proprio.

La Corte d’Appello di Roma confermò la decisione aggiungendo all’importo già liquidato agli eredi, l’ulteriore somma di 3.772,20 euro a titolo di rimborso di spese mediche; rigettò, invece, il diritto al risarcimento per l’assistenza familiare.

La sentenza è stata cassata sul punto dai giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 20220/2019) perché errata per aver escluso il danno patito dai ricorrenti sol perché la loro congiunta non era risultata «del tutto dipendente dai suoi familiari » e perché, trattandosi di assistenza “familiare” essa non giustificava alcun diritto al risarcimento.

Invalidità parziale e diritto al risarcimento

La giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito che “anche un’invalidità parzialmente invalidante può comportare, oltre al dolore per la menomazione del congiunto, anche la necessità di un impegno di assistenza (e, quindi, un apprezzabile mutamento peggiorativo delle abitudini di vita di chi la presti) a carico degli stressi congiunti: né per altro verso, la circostanza che l’assistenza sia motivata da vincoli di affetti e solidarietà propri dei rapporti familiari vale a escludere che il congiunto non subisca un concreto pregiudizio per la necessità di adattare la propria vita alle sopravvenute esigenze del familiare menomato”.

Detto in altri termini rileva il fatto che il familiare di una persona lesa dall’altrui condotta illecita possa subire uno stato di sofferenza soggettiva e un necessitato mutamento peggiorativo delle abitudini di vita (incidente sul profilo dinamico della propria esistenza): entrambi i pregiudizi devono essere risarciti, laddove rivestano i caratteri della serietà del danno e della gravità della lesione, senza che possano valere ad escludere la sussistenza del pregiudizio la circostanza che l’invalidità del congiunto non sia totale o il fatto che l’assistenza possa essere stata ripartita fra più familiari (trattandosi di elementi rilevanti al solo fine della quantificazione del danno).

Avv. Sabrina Caporale

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