Respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva alla datrice il risarcimento del danno biologico per l’ipertensione arteriosa correlata all’attività lavorativa svolta

Grava sul lavoratore l’onere di provare l’esistenza del danno lamentato, la natura e le caratteristiche del pregiudizio subito, nonché il relativo nesso causale con l’inadempimento del datore di lavoro. Lo ha ribadito la Cassazione con l’ordinanza n. 4408/2021 pronunciandosi sul ricorso di un lavoratore che si era visto respingere, in sede di merito, la domanda volta ad ottenere dall’azienda datrice la somma di Euro 41.219,09 a titolo di risarcimento del danno biologico per la sindrome ansioso-depressiva e l’ipertensione arteriosa correlata all’attività lavorativa svolta sin dal 1998.

La Corte di appello, in particolare, aveva rilevato che “nel caso di specie non risulta alcuna allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, di nocività dell’ambiente di lavoro in relazione a patologie di natura notoriamente multifattoriale quali quelle lamentate”.

La Suprema Corte, a fronte delle doglianze del ricorrente, ha evidenziato come il Giudice a quo avesse correttamente e condivisibilmente rilevato, in linea con la consolidata giurisprudenza di legittimità, che “è necessario individuare un effetto della violazione su di un determinato bene perché possa configurarsi un danno e possa poi procedersi alla liquidazione (eventualmente anche in via equitativa) del danno stesso”.

Al riguardo, anche la Corte Costituzionale (sent. n. 372/1994) ha chiarito che “neppure il danno biologico è presunto, perché se la prova della lesione costituisce anche la prova dell’esistenza del danno, occorre tuttavia la prova ulteriore dell’esistenza dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale) alla quale il risarcimento deve essere commisurato”.

Nello stesso senso, i Giudici Ermellini hanno sottolineato che “le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione di una condotta datoriale colpevole, produttiva di danni nella sfera giuridica del lavoratore, ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo il ricorrente mettere la controparte in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio al riguardo”

Nel caso in esame i giudici di merito avevano ravvisato la mancanza di qualunque elemento delibatorio nel ricorso introduttivo del giudizio a sostegno delle pretese del ricorrente; né quest’ultimo, in violazione dell’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., aveva prodotto documentazione che potesse dimostrare il contrario.

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