La patologia sofferta dal lavoratore è rimasta di incerta determinazione professionale e non è stata stabilita la correlazione tra l’attività lavorativa espletata di conducente di mezzi pesanti e la malattia riscontrata (Tribunale di Savona, Sez. Lavoro, Sentenza n. 82/2021 del 04/05/2021 RG n. 227/2020)

Il lavoratore adisce il Tribunale di Savona, in funzione di giudice del lavoro, esponendo che: aveva svolto mansioni di conducente di mezzi pesanti, dapprima quale titolare di impresa individuale (dal 1.3.1982 al 30.4.1988) e successivamente quale lavoratore subordinato, alle dipendenze di diverse imprese; – sino alla fine dell’anno 1986, aveva trasportato su camion pesanti materiali refrattari, osservando un orario di lavoro dalle ore 7,00/8,00 del mattino alle ore 19,00/20,00 d ella sera, per cinque giorni alla settimana, con pausa di 30 minuti per il pranzo; – inoltre, dal 1987 in avanti, egli aveva condotto autobotti con carico di carburanti, per il rifornimento dei distributori sulla rete stradale, sempre con il medesimo orari o di lavoro; – l’attività di rifornimento comportava anche che egli dovesse scendere dall’autobotte, aprire tombino in metallo del peso di circa 70/80 chilogrammi, posizionarvi la pompa e successivamente richiudere la copertura del pozzetto; l’attività di conducente di autoarticolati ha determinato nel ricorrente la insorgenza di una patologia discale lombare “lomboartrosi discopatia osteofitosica” per la quale nel mese del novembre 2017 è stato sottoposto ad intervento chirurgico; tale malattia comporta un danno alla sua capacità lavorativa del 18%.

L’Inail respingeva la domanda amministrativa deducendo che l’esposizione al rischio non sarebbe stata idonea a provocare l’invalidità.

Il ricorrente ha pertanto lamentato la illegittimità di tale valutazione da parte dell’istituto, chiedendo accertare il proprio diritto alla rendita di cui all’art. 74 TU

Il giudizio viene istruito attraverso CTU Medico-Legale e prova testimoniale.

All’esito dell’attività istruttoria il Tribunale osserva che risulta provata l’attività di auto trasportatore dal 1982 al 2015; altresì provato che il ricorrente dagli anni 2013/2015 soffre di “spondilo–discoartrosi del tratto lombare”.

Tale patologia non rientra nelle Tabelle delle malattie professionali di cui all’allegato 4 , ex art. 3 d.PR 1 124/1965, come aggiornate con DM 9 aprile 2008 , ma è unicamente inserita nella Lista II del Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 12 settembre 2014, emanato in attuazione all’art. 139 T.U. D.P.R n. 1124/1965.

Ebbene, l’elenco delle malattie previsto dall’art. 139 del D.P.R. n. 1124 del 1965, come integrato dall’ art. 10 del d.lgs. n. 38 del 2000, come a più riprese ribadito dalla Suprema Corte, non amplia il catalogo delle patologie tabellate ad eziologia professionale presunta.

Le Tabelle contengono un numero chiuso di malattie che, se correlate alle lavorazioni specificatamente indicate nella corrispondente colonna e manifestatesi entro il previsto periodo massimo di indennizzabilità, si presumono ad origine professionale, per cui spetta al datore di lavoro fornire la prova contraria sulla diversa natura eziologica della patologia sofferta dal lavoratore.

Diversamente, in attuazione dell’art. 139 del medesimo testo unico, vengono adottati decreti ministeriali che contengono l’elenco delle malattie per le quali i medici hanno l’obbligo di denuncia, allo scopo di far emergere l’origine professionale di patologie non comprese nelle tabelle di cui all’allegato 4, che vengono pertanto tenute sotto osservazione, a fini di rilievo e statistici, in vista della periodica revisione delle malattie professionali.

Conseguentemente, la mera catalogazione della patologia all’interno dell’elenco per il quale sussiste l’obbligo di denuncia da parte dei medici, non determina una presunzione in ordine alla connessione causale tra la patologia sofferta dal lavoratore e l’attività lavorativa esercitata.

In tale ipotesi, quindi, incombe sul lavoratore l’onere di provare l’origine della malattia e la sua correlazione eziologica con il lavoro svolto, anche in termini di concausalità, e il ricorrente non ha assolto a tale onere.

Il CTU ha espressamente escluso l’origine professionale della listesi del tratto lombare di cui soffre il ricorrente; quanto alla spondilodiscopatia del tratto lombare, lo stesso ha unicamente ipotizzato in astratto un ruolo concausale (in termini di aggravamento o di accelerazione) dell ‘attività lavorativa svolta rispetto alla patologia, ma nel concreto ha poi rilevato la impossibilità di stabilire tale nesso, mancando la prova specifica relativa alla tipologia di mezzi condotta dal ricorrente.

Il CTU ha rilevato che “nell’ambito della Lista II delle malattie per le quali è previsto l ‘obbligo di denuncia, la malattia è correlata al rischio specifico qualificato da “vibrazioni trasmesse al corpo intero per le attività di guida di automezzi pesanti e conduzione di mezzi meccanici…. Dunque, mentre allo stato attuale i mezzi pesanti destinati al trasporto merci sono dotati di sistemi che riducono le vibrazioni al minimo, negli anni ’70 -80 gli ammortizzatori non erano ugualmente sviluppati, con conseguente rischio di vibrazioni. Tuttavia, non conoscendosi il tipo di automezzi che il ricorrente guidava negli anni ’70 -80, non è possibile stabilire la sussistenza di una correlazione tra l’attività lavorativa espletata e la malattia riscontrata “… vi è da tenere conto che la malattia è estremamente diffusa nella popolazione indipendentemente dal lavoro svolto ..(..).. il ricorrente presenta altresì ulteriori fattori di rischi o generico comuni a tutta la popolazione generale per lo sviluppo della malattia, quali l’età maggiore di 60 anni, obesità e fumo; egli inoltre ha sviluppato la patologia dopo oltre trent’anni dal momento in cui aveva iniziato a svolgere l ‘attività di autotrasportatore, ne discende il difetto di prova sulla origine professionale (ancorché a livello concausale) della malattia”.

In definitiva, anche in base alla regola dell’efficienza causale, la correlazione tra attività e patologia è rimasta a livello di mera ipotesi, possibile solo in astratto, ma non dimostrata sul piano concreto .

Per tale ragione il ricorso non può essere accolto per mancata prova del nesso causale.

In ragione del fatto che la patologia di cui è affetto il ricorrente è inserita nell’ambito dell’elenco di cui all’art. 139 TU 1124/1965 e che lo stesso Collegio Medico Inail del 12.3.2019 non ha raggiunto conclusioni unanimi sull’origine eziologica della patologia, così come la CTU espletata in giudizio, le spese di lite debbono essere compensate.

Egualmente, anche le spese di CTU, pertanto, devono essere poste a carico di entrambe le parti nella misura del 50% ciascuna.

In conclusione, il Tribunale di Savona, in funzione di Giudice del Lavoro, rigetta il ricorso.

Avv. Emanuela Foligno

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