La struttura sanitaria ha una responsabilità di natura contrattuale nei confronti del paziente e risponde anche per l’inadempimento dei suoi ausiliari

A causa di sepsi post infiltrativa al ginocchio destro il danneggiato cita dinnanzi al Tribunale di Imperia (sentenza n. 339 del 6 luglio 2020)  l’Azienda Ospedaliera e il proprio Medico di Base per sentirli condannare a titolo di responsabilità al risarcimento dei danni patiti e quantificati nel 15% di danno biologico differenziale.

La causa veniva istruita attraverso prove testimoniali e C.T.U. Medico-legale.

Il Tribunale sottolinea che la responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria, per l’inadempimento e/o l’inesatto adempimento di una o più prestazioni a cui è direttamente obbligata in base al contratto di spedalità’, va inquadrata nella responsabilità di inadempimento ex art. 1218 cc e nessun rilievo a tal fine assume il fatto che la struttura (sia essa un ente pubblico o un soggetto di diritto privato) per adempiere le sue prestazioni (in regime ambulatoriale o di ricovero) si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni, esercenti professioni sanitarie e personale ausiliario, e che la condotta dannosa sia materialmente tenuta da uno di questi soggetti.

Infatti, a norma dell’art. 1228 cc, il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di eventuali ausiliari.

Il Tribunale di Imperia ritiene pertanto fondata la domanda di risarcimento di danno non patrimoniale del paziente danneggiato avanzata nei confronti della struttura sanitaria.

Il danneggiato ha correttamente offerto la prova: dell’esistenza di un contratto di spedalità; dell’aggravamento della situazione clinica con insorgenza di un quadro sintomatologico caratteristico di un’artrite settica; dell’inadempimento delle obbligazioni contrattuali assunte dal Medico di Base e dalla Struttura sanitaria.

Osserva, infatti, il CTU, riguardo la condotta del Medico di base, che “la patologia diabetica di cui il paziente era affetto rappresentava, secondo un rigoroso ragionamento ex ante, una controindicazione relativa all’attuazione di una terapia infiltrativa intra-articolare. In tal senso, le complicanze infettive rappresentano una delle principali problematiche del paziente con diabete mellito, favorite dalle alterazioni immunitarie e circolatorie tipiche di questa malattia. A fronte di una gonalgia persistente in un quadro artrosico-degenerativo, sarebbe auspicabile e prudenziale inviare il paziente presso uno specialista ortopedico onde porre in essere il percorso terapeutico e riabilitativo maggiormente confacente al caso de quo. D’altro canto, un centro ospedaliero oppure una struttura sanitaria specializzata nel trattamento di patologie osteo-muscolari garantivano, rispetto ad un ambulatorio di medicina generale, prerequisiti piu’ idonei ed adeguati (anche in termini di sterilita’) onde praticare una procedura interventistica invasiva. Or dunque, atteso lo stato persistente e a fronte di una valutazione complessiva del caso de quo, non sussisteva una netta indicazione onde eseguire, ad initio, un trattamento infiltrativo articolare presso l’ambulatorio. In ragione dell’evoluzione clinica palesatasi nel caso concreto, appare plausibile asserire che la genesi dell’artrite settica sia correlata, secondo ad un ragionamento di ordine civilistico, ad una diffusione batterica in corso di terapia iniettiva intrarticolare e probabilmente correlata ad una asepsi insufficiente ed incongrua”.

Sulla scorta di quanto argomentato dal Consulente,  il Tribunale considera accertata l’ipotesi secondo cui la complicanza de qua sia stata cagionata da un difetto di sterilità durante l’approccio terapeutico posto in essere dal Medico di base..

Inoltre, una parziale responsabilità nell’aggravarsi del danno è stata ravvisata dall’Ausiliario anche nella condotta dell’Azienda Sanitaria, ed in particolare nell’operato del Medico Ortopedico che si limitava ad effettuare una sommaria e superficiale valutazione clinica modificando la posologia della terapia antibiotica.

Invero, a fronte del fondato sospetto di una patologia infettiva articolare sarebbe stato opportuno ed adeguato richiedere il ricovero e proseguire la terapia antibiotica ad ampio spettro tramite somministrazione endovenosa insino al conseguimento di un tangibile miglioramento clinico-funzionale.

L’errata ed incompleta gestione sanitaria posta in essere dall’Ortopedico ha implicato un allungamento dei tempi di malattia e un ritardo nella regressione dell’artrite settica.

Per tali ragioni è da considerarsi inadeguata anche la condotta dell’Ortopedico, per contro, evidenzia il Tribunale, i convenuti non hanno fornito la prova di avere esattamente adempiuto alle loro prestazioni.

Per la liquidazione del danno patito il Tribunale aderisce alle conclusioni della CTU che ha concluso per un’inabilità temporanea parziale: al 100% per giorni 20, cui vanno aggiunti i 24 giorni di ricovero non conteggiati e i 12 giorni prima del tardivo ricovero, per un totale di giorni 56; al 50% per giorni 25 ed la 25% per giorni 30, con postumi permanenti incidenti nella misura del 5%, da calcolarsi nella fascia 11-15%, sulla complessiva integrità psicofisica della vittima.

Inoltre il danneggiato ha dedotto e provato elementi personalizzanti, quali l’incidenza della accertata menomazione su aspetti dinamico-relazionali personali (guida autovettura, sollevare pesi, difficoltà di deambulazione), che hanno indotto il Tribunale ad applicare il massimo della personalizzazione del danno. Per un totale di € 33.893,00 a titolo di danno non patrimoniale.

La domanda di ristoro del danno patrimoniale, invece, il Tribunale la considera infondata in quanto la mancata assunzione a causa delle menomazioni fisiche non può essere attribuita alle condotte dei convenuti, essendo dimostrato che il danneggiato versava in una situazione patologica che ne limitava già l’attività in ambito motorio.

L’aspetto risarcibile, ovvero l’aggravamento della situazione clinica,  è stato inquadrato nella voce risarcitoria di danno non patrimoniale  e non può essere oggetto di duplicazione.

In ogni caso, specifica il Tribunale, le produzioni documentali del danneggiato attestano che già nel 2015 godeva di un reddito erogato dall’INPS. Ed è proprio per tale ragione che il CTU si è espresso per l’aggravamento di una patologia preesistente rispetto all’attività lavorativa svolta sino ad allora che non è stata provocata dalle condotte negligenti dei sanitari.  

In conclusione il Tribunale di Imperia condanna il Medico e l’Ospedale di Imperia al risarcimento dei danni complessivamente quantificati in € 33.893,00, oltre spese di lite e di CTU e rigetta la domanda di danno patrimoniale dell’attore.

Avv. Emanuela Foligno

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