Come politici, imprenditori e legali devono cambiare la propria professionalità… e mentalità.

Il nuovo caso Apple vs. FBI offre molti spunti di riflessione. Il tema è quello della sicurezza digitale, più in generale della privacy, ma più in concreto della coniugazione tra Diritto e Nuove Tecnologie.

Il caso di specie è quello dell’FBI che chiede ad Apple di decrittare l’iPhone 5C di Farook – il terrorista di San Bernardino, California – onde allargare le indagini anti-terrorismo, con Apple che si rifiuta per tutelare la privacy e la sicurezza dei propri clienti (che non sono solamente statunitensi).

La tecnologia Apple per le App, che è chiamata “sandboxing”, isola ogni applicazione all’interno degli apparecchi in modo da chiuderli a un possibile utilizzo esterno volto a recuperare i dati del sistema operativo dell’apparecchio o creati in un’altra app.

Il sistema di crittazione Apple garantisce poi agli utenti (Mac OS X per personal computer e iOS per iPhone e iPad) che un hacker o un virus non possa riuscire a leggere il contenuto del disco o delle memorie rigide. Il disco è infatti codificato con password tramite il sistema “Secure Enclave” e ci sono solo 10 tentativi esperibili, dopodiché il disco si auto-formatta. Il sistema dunque non ha le cosiddette “backdoor”, che consentirebbero all’azienda (o a terzi) di recuperare le informazioni con uno “stratagemma” digitale.  Apple sostiene di operare in tal modo per qualità e sicurezza del prodotto e infatti costruisce e gestisce anche la componentistica, non permettendo (poiché l’apparecchio non li riconoscerebbe) la sostituzione di pezzi non originali.

L’inghippo legale sta proprio nelle backdoor, poiché l’FBI sa bene che un giudice potrebbe tranquillamente ordinare l’accesso ai dati: ma se tale accesso (appunto le backdoor) non esiste, la cosa si complica. La domanda infatti diventa: un giudice può ordinare a una società privata di sviluppare una tecnologia che non ha? O riformulando (e può cambiare la risposta), può obbligare ad applicare questa tecnologia?

Oltre a ciò si delineano altre domande squisitamente etico-legali. È meglio che i nostri dati – di tutti, anche di terroristi e mafiosi – siano inespugnabili in nome della privacy o devono essere resi accessibili? Se si rendono accessibili chi li deve proteggere (e come): una società privata o – in questo caso – un ente federale di sicurezza? Che sì, è pubblico, ma ha già dato prova di spiare la popolazione (anche non statunitense) oltre i normali limiti imposti dal proprio “mandato”.

Infatti l’affaire Apple/FBI offre l’assist per introdurre queste ed altre domande, che non si possono più rimandare. Il fatto è che siamo carenti di normative nazionali, europee e internazionali a riguardo. Normative semplici, chiare ed efficaci, che possano stabilire dei confini chiari tra ciò che è legittimo, lecito, illecito o vietato. E che lo facciano in modo univoco e coordinato anche fra le diverse nazioni ed istituzioni. Perché internet e le nuove tecnologie sono globali, non locali!

Certo, le normative di riferimento già esistono, ma sono troppo scarne oppure già obsolete. Il vero problema è duplice: da un lato gli organi di produzione normativa (i Parlamenti) hanno tempi e meccanismi troppo farraginosi per star al passo con le evoluzioni tecnologiche. Dall’altro c’è una carenza di personale tecnico qualificato: fra i politici, che spesso non comprendono la reale portata (legale, etica e sociologica) di alcune nuove tecnologie; fra i tecnici (ossia chi materialmente scrive le leggi), che risentono di una professionalità non aggiornata e una metodologia “tuttologa” non utile ad affrontare le questioni poste dall’era 4.0 .

Infine poi ci sono gli operatori del Diritto, siano Giudici, Magistrati, Avvocati, Notai, Giuristi d’impresa o Professori. Fra tutte queste figure manca ancora una specializzazione “istituzionale” (come può essere per Diritto fallimentare, commerciale ecc.) nel settore delle nuove tecnologie – e delle sue tante branche -.

Invero qualche pioniere c’è e inizia anche ad esserci una buona mole di ricerche, indipendenti o meno. Ma ogni studio formula ipotesi e domande – ormai troppe – alle quali da ormai troppo tempo mancano risposte normative. I più, fra gli operatori specializzati nel settore, si sono concentrati nelle interrelazioni fra Neuroscienze, New Tech e Diritto penale. Manca ancora però una solida base di operatori che facciano ricerca (e soprattutto pratica) nell’interazione fra queste materie e Diritto Civile.

Certo, la relazione pare meno immediata. Ma quando si parla di privacy, di cyber-security, di e-commerce, IPR, si sta parlando proprio di questo. Il settore che più sembra ignorato è poi quello della contrattualistica, come se le nuove evoluzioni tecnologiche non toccassero i vecchi schemi.

Invece i vecchi schemi traballano e ci sono sempre più vuoti normativi che i contrattualisti delle nuove tecnologie devono affrontare, con tutti i problemi pratici che ne derivano, inventando nuove soluzioni. Talvolta delle vere e proprie acrobazie giuridiche.

Ma manca un’altra cosa e manca in maniera trasversale: fra i politici, fra i tecnici, fra gli operatori e soprattutto fra gli imprenditori (ossia coloro che dovrebbero essere in prima linea i protagonisti della rivoluzione 4.0). Manca una nuova mentalità.

Una mentalità multidisciplinare. Tecnica sì, ma anche pratica.

Se pensiamo ai geni (e ai frutti) del Rinascimento, notiamo che essi avevano un approccio multidisciplinare a tutto ciò che studiavano, coniugando umanesimo a scienza, filosofia e tecnica. Un approccio che oggi diventa nuovamente attuale per affrontare quello che sarà il nuovo “nuovo mondo”, ossia quello della rivoluzione digitale 4.0. Perché la rivoluzione non sarà solo tecnologica, ma anche culturale, sociale, scientifica e giuridica.

Essere multidisciplinari non significa mancare di specializzazione, anzi. Significa coniugare una visione prospettica a una tecnica specializzata, per ottenere un risultato congruo e collimante con le nuove esigenze.

Così gli imprenditori dovranno comprendere che il prodotto non è più il fulcro dell’impresa e che la robotica e le New Tech sono un’occasione, non un ostacolo. Ma lo devono capire anche i politici e i tecnici, che hanno il compito di adattare il loro operato, nonché gli Organi dello Stato, affinché agevolino e regimentino con degli strumenti normativi adeguati, questo passaggio economico, sociale e giuridico.

Infine il mondo legale deve abbandonare quella visione boriosa di supremazia. Il Diritto è una disciplina servente, non un sacerdozio per pochi eletti. È finito il tempo in cui il legalese doveva essere una lingua comprensibile a pochi, com’è finito il tempo in cui il miglior contratto era quello dove si strappava l’obbligazione più sbilanciata a carico della controparte… salvo poi finire in tribunale perché l’accordo saltava.

Quindi, in sostanza, imprenditori, legali e politici, devono comprendere che non ci sono più compartimenti stagni. Tutto è connesso, proprio come internet ed IoT, tutto è analizzabile da chiunque, come i Big Data. Allora la mentalità per affrontare il nuovo mercato 4.0 è quella di far interagire i settori business, legale e new tech, per farli crescere insieme con una strategia condivisa, persone preparate multidiscplinarmente e coordinate fra di loro e che si comprendano le une con le altre. Così si ottimizza anche il raggiungimento dello scopo. Che dovrebbe essere comune.

E la stessa cosa vale per le Istituzioni. I vecchi gangli di palazzo, fonte di poteri statici, o si adatteranno ai cambiamenti con professionalità più fluide, o verranno spazzati via. Inesorabilmente.

Le New Technologies, presuppongono e necessitano di “new mentality”.

Avv. Gianluigi Maria Riva

Assistenza Legale
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